Se c’è un difetto di cui si può accusare il marxismo contemporaneo, è sicuramente la mancanza di connessione tra intellettuali e militanti, in quanto spesso il braccio pratico del Marxismo è fermo ad intellettuali della prima parte del secolo scorso, se non prima, e la mente è invece completamente assorta nelle sue speculazioni senza attivarsi in modo concreto e organizzativo.

Quanto vorrò fare in questo articolo, parlando da una posizione più intellettuale che militante, è analizzare il ruolo della critica nel comunismo, in questo desiderio di “abolire lo stato presente” che è oggetto, ripetutamente, di incessante autocritica da parte del “ceto” intellettuale che proprio in questo costante dire “bisogna cambiare” non lo fa davvero.

Cos’è la critica ?

Partendo dal significato del termine critica, possiamo portare alla luce due possibili filoni in cui il discorso può estendersi: il primo, quello di critica intesa in senso comune, è quello di porre all’attenzione un aspetto di un’azione, una persona o un’organizzazione che non è approvata e sarebbe auspicabile, per il soggetto che critica, cambiare; il secondo è invece quello usato da Kant e da Marx, di ricerca delle condizioni necessarie per un determinato evento o struttura, che nel caso di Kant era la conoscenza e in quello di Marx l’economia politica, e più in generale il modo di produzione capitalistico a cui essa si riferisce.

Un’asserzione critica in un senso però non esclude che lo sia anche nel secondo significato, in quanto per esempio l’analisi marxiana analizza le dinamiche strutturali ai rapporti di produzione capitalistici, ma pone anche dei motivi per i quali tali rapporti sarebbero da sostituire con altri; Kant, invece, ha un’opera di tipo critico nel secondo significato, rivolgendo la critica negativa soltanto nei confronti di una pretesa scientifica nella conoscenza di verità metafisiche, a cui lui si affida alla fede.

Ciò che però è fondamentalmente alla base di entrambi i modi di intendere la parola critica è l’aumento della conoscenza, l’esposizione, che non solo comporta un comunicare, ma anche un ricercare, uno sforzo di analisi che punta a scoprire come funziona l’oggetto di indagine. E per quanto Marx abbia affidato il termine “Darstellung”, letteralmente esposizione, alla sua disamina critica delle dinamiche capitalistiche, possiamo col senno di poi considerare anche la funzione comunicativa e trasmissiva che necessariamente deve seguire dalla ricerca.

Questo permette di stabilire con chiarezza quali sono i punti sensibili di un sistema al fine di cambiarlo, per cui un’attività pratica senza un apparato critico antistante sarà disorientata e per questo poco efficace.

Le tre critiche

Una volta stabilita l’importanza di un apparato critico e della sua funzione, vorrei portare all’attenzione come differiscano le critiche di Foucault, di Marx e di Deleuze; attingono ad ambiti diversi e puntano verso ambiti diversi, ma c’è un sottostrato più profondo che li accomuna nella loro differenza.

Genealogia

Partendo da Foucault, egli riprende il metodo genealogico nicciano allo scopo di evidenziare la storicità dei fenomeni nei quali erano immerse le persone nel passato, in modo indiretto tracciando anche i limiti di quanto esiste nel presente, mostrandone le peripezie e le lotte che hanno portato all’emergenza di un fenomeno sociale, di un discorso, di un sapere, in generale di un modus operandi. L’importanza di Foucault sta nel tracciare un percorso storico a partire dalla concretezza dell’atto, documentabile e oggetto di ricerca nel passato, analizzando il susseguirsi di poteri e tecniche, di resistenze e di trasformazioni che hanno plasmato le società di ieri e quelle di oggi; ciò che è, però, necessario considerare, è la limitatezza di questo metodo, in quanto tratta un fenomeno singolo e in una circoscrizione geografica e temporale.

Non è, pertanto, possibile “estendere” l’analisi dell’insorgere della conoscenza della verità nell’antica Grecia a tutti gli stati odierni, o universalizzare il discorso del “recupero dei saperi” operato dall’aristocrazia francese per delegittimare la monarchia assoluta; quanto si può fare è, invece, cercare punti in comune con altre realtà per considerare come tali formazioni siano cambiate e come non siano cambiate.

L’analisi foucaultiana è infatti un’analisi del contingente, e proprio in virtù di questo non può (ma nemmeno pretende di) dilagare altrove. Essa è una delegittimazione tramite il passato.

Dialettica

Marx invece nel corso della sua opera si è occupato di scoprire il come del modo di produzione capitalistico: al contrario, in un certo senso, dell’analisi contingente di Foucault che si sarebbe invece concentrato sullo stato singolo e sulle sue dinamiche, Marx non si è voluto soffermare “sui capitalismi”, bensì ha voluto indagare ciò che li accomunava, una relazione socioeconomica di base che consiste nel commercio della forza lavoro a causa del possesso ineguale dei mezzi di produzione, con suo utilizzo nell’espansione del capitale. La sua analisi della storicità del capitalismo è di importanza monumentale per probabilmente gran parte della storia occidentale, in quanto ha fornito una solida base per una fioritura molto ampia di movimenti rivoluzionari e anche di riforma, ma quello su cui si è concentrato il filosofo prussiano erano le dinamiche interne al capitalismo.

Esse comprendono la dissertazione della logica del modo di produzione capitalistico, tramite l’analisi delle categorie logiche di merce, lavoro, capitale, del loro sviluppo dialettico e della falsificazione ideologica di cui si è succubi a causa dei feticci e dei feticismi, oltre che di tantissimi altri temi, tra il Grundrisse e il Capitale. È proprio la considerazione del “sistema capitale” che rende così utile l’analisi marxista, perché essa mette a nudo, disseppellisce, espone i funzionamenti più intimi di tale modo di produzione, descrivendo pertanto le forze tumultuose che si agitano sotto ogni sistema socioeconomico capitalistico esistente.

Proprio per questo motivo però, per l’analisi della logica immanente dell’esposizione marxiana, non possiamo automaticamente e direttamente analizzare la realtà, in quanto sopra a queste correnti sommerse sono stratificate caratteristiche culturali, sociali, geografiche e storiche peculiari di ogni sistema sociale analizzato, per cui fare un’analisi di classe non potrà mai comprendere con completezza un momento storico, seppur possa fornire uno strumento di estrema potenza per elaborare una strategia d’azione, osservando le tendenze del modo di produzione capitalistico e le sue caratteristiche.

Ciò di cui invece il Marx giovane si era occupato in modo più evidente e impegnato era una critica nel primo senso che abbiamo definito nell’articolo: tramite l’analisi delle dinamiche del capitalismo, il suo obiettivo era quello di scoprire in che modo esso generi alienazioni che impediscono l’esistenza di una categoria antropologica “autocosciente”, e pertanto per Marx con tutti gli strumenti per realizzarsi, su base del modello del “ζῷον πολιτικόν” aristotelico, rimando all’articolo su Platone e Marx per ulteriori approfondimenti. Marx individua il comunismo come forza immanente di negazione al capitalismo: specialmente sotto questi punti di vista, la critica è una delegittimazione tramite il presente.

Rizomaticità

Ultimo ma non ultimo, Deleuze in tutti i suoi scritti ha provato a concretizzare, in un modo o in un altro, una “filosofia del diverso“, tramite l’elaborazione di un immanentismo che, nel virtuale, porta alle contingenti manifestazioni dell'”attuale” con le diverse combinazioni e interazioni delle “forze” del virtuale, reale ma non “in atto”. Il suo pensiero si è dedicato all’elaborazione di un’ontologia che non si basi sull’identità, bensì su qualcosa che sia in mutamento, dinamico, interessante; e Deleuze non vuole parlare di verità, come invece volevano fare Platone e una schiera di filosofi che sono venuti dopo di lui, bensì il soggetto della sua filosofia era proprio l’interessante.

E nelle sue pagine è possibile ritrovare il tentativo di fondare le basi per la creazione, un rifiuto dello stagnante, di ciò che è, essendo invece tesi a ciò che può essere, alla creatività, al cambiamento, alla fluidità e alla immanente potenza del reale, alla vita. Tramite l’analisi del potenziale si ha perciò un inneggiamento al cambiamento, al rifiuto del presente. È una delegittimazione tramite il futuro.

La critica e il pericolo gerarchico

Se abbiamo osservato finora l’aspetto conoscitivo e quello delegittimante della critica, di cui sono stati tracciati gli elementi in sintesi essenziale, bisogna analizzare anche l’aspetto pratico di essa, come sia funzionale ad orientare l’azione, per cui la filosofia debba avere anche un ruolo reale nei gruppi di attivisti e nei partiti politici. Questo si traduce però né in un governo dei filosofi né in un’organizzazione filosofocentrica, in quanto la filosofia è uno strumento da usare e nulla di più.

Ridurre infatti l’attività intellettuale a filosofia infatti è un errore così radicale che non solo porta a gerarchie ingiustificabili all’interno di una comunità o istituzione, ma porta anche ad aberrazioni e sbandamenti dovuti all’ingenua scelta di concentrarsi sull'”andare oltre”: per quanto ci piaccia pensare ad una realtà oltre le illusioni ideologiche, esse rimangono parvenze oggettive, e uno studio di economia, diritto, filosofia, sociologia o qualsiasi altra disciplina è utile a capire come funziona il mondo in modo ugualmente valido ad una pretenziosa “scienza”, in genere sbandierata da marxisti-leninisti, che sminuisce gli altri tipi di sapere; certo bisogna approcciare con grande cura tali discipline, in quanto il rischio di universalizzare le asserzioni in esse (valore del denaro, diritto positivo…) è concreto e anche persone che vogliono ingaggiare un’esplorazione della realtà in buona fede e con presupposti critici possono trovarsi intrappolati nella ragnatela ideologica.

Non bisogna però squalificare ciò che non è stato scritto da Marx o da suoi successori, anzi, spesso la “dottrina scientifica” finisce per limitare in modo serio le vedute (e le fonti) di persone che sarebbero altrimenti capaci di fare molto con quanto proposto da pensatori contemporanei o del passato. Su questo mi rifaccio alle parole di Paul K. Feyerabend:

La condizione di coerenza […] elimina una teoria o un’ipotesi non in quanto è in disaccordo con i fatti; la elimina perché è in disaccordo con un’altra teoria: una teoria, per di più, di cui condivide i materiali di conferma.

 

Tanto la rilevanza quanto il carattere falsificante di fatti decisivi possono essere stabiliti solo con l’aiuto di altre teorie che, pur essendo in accordo con i fatti, non sono in accordo con l’opinione che dev’essere verificata. Stando così le cose, l’invenzione e l’elaborazione di alternative potrebbero dover precedere la produzione di fatti destinati a confutare una teoria.

(Paul K. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, Milano, 2018, pag. 31-35)

E di Michel Foucault:

[…] non bisognerebbe forse interrogarsi sull’ambizione di potere che la pretesa di essere una scienza porta con sé ?

 

Quali tipi di sapere volete squalificare quando dite di essere una scienza ? Quale avanguardia teorico-politica volete dunque intronizzare per staccarla da tutte le forme circolanti e discontinue di sapere ?

 

(Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano, 2010, pag. 19)

Queste parole, tradotte nel nostro discorso, ci portano all’attenzione come avere una pretesa di superiorità conoscitiva di un determinato sapere mini l’effettiva capacità di spiegare un fenomeno, in quanto, come discusso da Feyerabend in “Contro il Metodo”, la tendenza ideologizzante di una teoria rischia non solo di monotonizzare l’analisi di un fenomeno e perciò di svilire tutti i potenziali stimoli che ne proverrebbero, ma rischia addirittura di farci ignorare i “fatti recalcitranti” che ci si presentano di fronte, e ancor peggio impedirci di entrare in contatto con quel tipo di fatti in quanto la nostra ricerca è orientata solo in una direzione, quella indicata dalla teoria “veramente scientifica”; essa determina però anche una gerarchia conoscitiva che non solo svia l’attenzione da sentieri che potrebbero contenere smentite, o perfino oscurare interi ambiti del sapere che hanno indubbiamente utilità e possono portare a progressi non solo dal punto di vista operativo, ma anche in senso umano.

Questo è quello che avviene quando, ad esempio, la scienza positiva e la spinta alla tecnicizzazione (in modo orientato alla produzione) oscura il sapere umanistico, relegando lo studio della letteratura, della filosofia, dell’antropologia, della storia e di discipline non “matematiche” ad un settore emarginato della società, con difficoltà lavorative per la scarsa domanda di persone qualificate. Non è certamente quello che sarebbe desiderabile anche in un movimento critico.

Qual è il ruolo della critica ?

Nel corso delle nostre considerazioni abbiamo determinato che la critica ha una funzione delegittimante, conoscitivo e strumentale; tutto questo però senza applicazione pratica rimane uno sforzo puramente speculativo, e se l’obiettivo è quello di cambiare le cose, bisogna in primis cambiarle.

Come applicazione non intendo solamente lo studio di fenomeni contemporanei al fine di fornire le direzioni lungo le quali muovere un movimento sovversivo, o un gruppo di artisti, bensì anche il semplice atto di far entrare le persone in contatto con conoscenze che possano finalmente far tornare qualche conto nelle loro vicende interiori, e che risvegli le coscienze: Marx infatti sostiene fondamentalmente che il proletariato possa emanciparsi “da solo”, nel senso che non è necessaria la guida gerarchica di “rivoluzionari per professione” nella Rivoluzione Russa, e che ha fin da subito espresso una tendenza elitista-autoritaria del bolscevismo, nonostante questo potesse essere inconsapevole, con le migliori intenzioni o quant’altro.

Se quello a cui si punta è infatti l’autocoscienza, essa sicuramente non è raggiungibile in modo non autonomo, sotto il comando di qualcun altro, come soggetto in sé. si può, piuttosto, sostenere un ruolo pedagogico delle figure altre al soggetto, pur mantenendo le distanze da una visione messianica del pedagogo. E per questo, è necessario che il soggetto cosciente si scontri con un oggetto, che essendo di tipi diversi può portare a falsa coscienza o a “vera” coscienza, nel senso che nel primo caso non si ha una completa liberazione, ma una parziale e/o illusoria, mentre nel secondo caso si ha una completa consapevolezza di ciò che accade.

E questo non presuppone necessariamente una ampia conoscenza, sebbene essa sia comoda perché determinati temi possono entrare in risonanza con essa, bensì un semplice cambio di approccio che apra le porte ad una considerazione più organica della persona.

In sintesi, è necessario anche saper comunicare la teoria critica, sia essa filosofia, economia, sociologia, perché anche nel solo diffondersi di essa, l’ideologia perde la presa sulla coscienza delle persone che possono dedicarsi ad un modo di vivere e agire autocosciente, cosa che può coniugarsi (come anche no) con la partecipazione in movimenti rivoluzionari. È ovvia anche la parziale funzione direttiva della teoria critica, parziale perché c’è l’esigenza umana, pratica, sentimentale e fattuale che la completa.

Considerazioni finali

Possiamo concludere l’articolo con un invito: il ridimensionamento del ruolo della critica da guida assoluta del movimento rivoluzionario a uno dei suoi strumenti e la de-assolutizzazione della conoscenza critica non sminuisce per nulla l’importanza di osservare la realtà e indagarla in lungo e in largo, anzi, rende ancor più importante la ricerca in molteplici direzioni e la concretizzazione di quanto prende forma nella teoria.

Per cui la nostra indagine non finisce qui, anzi.