Nell’antichità l’uomo viveva in comunità e in pace con sé stesso e con gli altri; ma poi un giorno un membro del gruppo prese un bastone e tracciò delle linee per terra, decretando: “Questa è la Mia Proprietà”.

Indubbiamente il mito del Buon Selvaggio di Rousseau è la spiegazione più classica all’origine della proprietà, intendendo in senso metaforico che “la proprietà è un furto”, come diceva Pierre Joseph Proudhon.

A parte le origini stesse della proprietà che possono interessare dal punto di vista storico o meno, oggi voglio analizzare il concetto stesso di “proprietà”, nel suo ruolo non solo per l’individuo proprietario ma anche per gli altri e per la società intera.

Che cos’è la proprietà ?

Diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico

– Enciclopedia Treccani

Ciò che è nostro, diremmo noi. La proprietà è ciò che appartiene ad un proprietario e a nessun altro.

La conseguenza di questo è che quello che è nostro lo gestiamo come vogliamo, in quanto nostro. A nostra volta, non possiamo usare a piacimento ciò che è degli altri in quanto non ne siamo proprietari. E se ci pensiamo, il principio della proprietà sta alla radice stessa della società moderna del liberalismo politico: ogni uomo ha diritto alla sua proprietà, e come tale la può usare a suo piacimento.

In questa parte dell’articolo voglio creare la prima grande distinzione tra i tipi di proprietà: la proprietà privata si estende oltre quello che l’individuo proprietario usa personalmente (ad es. una fabbrica), mentre la proprietà personale è quella usata quotidianamente (ad es. la sua casa, il suo spazzolino…).

Questa distinzione può sembrare inutile, ma è il grande fondamento per l’organizzazione del sistema economico socialista: senza questa chiave di interpretazione, tutto il resto non ha senso.

Senza andare troppo a fondo nella questione, l’intero corpo di pensiero socialista (rivoluzionario, in quanto i riformisti sono una categoria molto particolare che vorrei approfondire più avanti) vuole abolire la proprietà privata. Perché ? Bè, perché essa è la fonte principe dello sfruttamento.

La società secondo il pensiero del socialismo scientifico è bipartita: chi possiede i mezzi di produzione e chi no.

Il motivo di questa distinzione si delinea come una questione di potere economico, sociale e per questo anche politico, in quanto coloro che possiedono i mezzi di produzione hanno una specie di “ricatto” a disposizione: avendo, considerando l’intera classe sociale capitalista, il monopolio dei mezzi di produzione, possono permettersi di sfruttare i lavoratori, come un’azienda qualsiasi che ha una posizione monopolistica nella vendita di un bene può permettersi di alzare i prezzi a piacimento, naturalmente entro certi limiti. Anche i capitalisti hanno dei limiti naturali allo sfruttamento, in quanto devono assicurarsi che la classe operaia possa essere sempre presente e capace di lavorare, fissando perciò determinate condizioni che elaborerò in un altro articolo.

In ogni caso, le persone che sostengono un sistema economico “socialista” (anche se sarebbe più preciso definirlo collettivista) fondano la loro critica al capitalismo proprio in virtù di questo esorbitante potere che hanno i proprietari dei mezzi di produzione, che non possono essere altro che privati non appena le dimensioni aumentano: il negozio a conduzione familiare non è un esempio di proprietà privata, anche se i suoi fini sono prettamente tipici del capitalismo, come del resto accade ad OGNI partecipante ad un sistema economico di questo tipo.

Qual è perciò la loro soluzione ?

La proprietà privata deve diventare di tutti. Ci sono mille giustificazioni diverse per questa conclusione, partendo dalla critica tipica degli anarco-comunisti: siccome ogni uomo “eredita” ciò che milioni di altri uomini (la società) hanno fatto prima di lui tecnologicamente, culturalmente e materialmente, non ha nessun diritto esclusivo più di qualsiasi altro membro della società. Questa bella perifrasi si traduce in “Ciò che è della società rimane della società”.

Ci sono anche obiezioni da parte dell’intera scuola economica fondata da Marx ed Engels, in quanto un sistema economico fondato sulla proprietà privata e sullo scambio di essa porta non solo a problemi di potere sociale, ma anche a tantissimi e grandissimi problemi economici che svilupperò in futuro. Per dirlo brevemente, il capitalismo è di per sé enormemente instabile e, come possiamo vedere ai giorni nostri, nemmeno granché sostenibile.

La soluzione socialista/comunista mira perciò ad eliminare la barriera della proprietà privata, per poi fiorire in tantissime diramazioni: a partire dal piattaformismo di Makhno, passando per il mutualismo di Proudhon e per l’anarco-comunismo di Kropotkin, per vedere il collettivismo di Bakunin per arrivare anche al “capitalismo di Stato” classico dei sistemi socialisti del ‘900 (e della buona vecchia Cuba).

C’è qualche problema sistematico in questa soluzione: si è ancora basati su un monopolio del potere. Con il liberalismo sociale la società dà e la società toglie in quanto ha il monopolio della forza, mentre col liberalismo politico attuale lo Stato dà e lo Stato toglie.

Un elemento che infatti è stato ignorato a pié pari fino a metà dell’800 dall’integralità della cultura occidentale e che ancora oggi è nascosto nei meandri dei meccanismi della società odierna, è che lo Stato dà e lo Stato toglie.

“Ma come, non era il socialismo in stile Unione Sovietica quello ?”

Ah, non solo. Analizzando qualsiasi nazione di oggi possiamo constatare che è lo Stato ad avere il monopolio del potere, e per questo può permettersi di dare e può permettersi di togliere. Ciò che viene concesso dallo Stato è il “diritto”, ciò che viene preso dallo Stato è il “dovere”.

Ma è giustificabile questa configurazione del potere ? Lo Stato ha il monopolio su tutto, in quanto ogni nostra proprietà è solamente concessa, come ogni proprietà del Re era concessa da Dio. Se non ci identifichiamo nello Stato, se non ci conformiamo alle regole da lui stabilite ci vengono tolte le libertà di proprietà con la confisca e di movimento con il carcere.

Siamo tutti vassalli dello Stato, questo feudatario supremo che in base al suo arbitrio decide ciò che devono fare le persone soggette al suo potere.

Come è possibile però che qualcosa nato dall’associazione di individui ora possa avere controllo su di essi ? Dovrebbe essere l’individuo a controllare lo Stato e non viceversa, altrimenti ciò significa che lo Stato si è staccato dal controllo dell’individuo ed è diventato un’entità a parte, un Io.

Un Io perfetto e dall’autorità assoluta, di fronte al quale invece il cittadino diventa insignificante e barbaro, un suo animale da compagnia che se non si comporta come vuole il padrone viene punito. Non solo, lo Stato deve essere intermediario a qualsiasi relazione tra gli individui non per scelta loro ma per scelta Sua. Se io voglio vendere un qualsiasi bene ad una persona disposta a pagarmelo, lo Stato interviene e dice “Ehi, non puoi farlo senza prima pagarmi”.

Se fossi stato io a controllare lo Stato, avrei potuto decidere io se portare la transazione sotto la sua protezione o meno, o per versare una piccola donazione per finanziare i suoi servizi. Invece lui interviene prepotentemente, e dice “Se non fai come ti dico io sarai punito”.

Per riassumere perciò, al giorno d’oggi noi siamo proprietà dello Stato, e non viceversa, in quanto lui dispone di noi come meglio crede. La situazione non cambia nemmeno se cambiamo sistema economico da capitalismo a socialismo: che differenza c’è per noi se siamo sempre soggetti alla carota e al bastone dello Stato ? Lo Stato dà, e lo Stato toglie.

La questione della proprietà perciò non si può risolvere senza eliminare questo terzo incomodo che è lo Stato: se qualcosa è mio, deve essere mio davvero e non una concessione da parte di un feudatario, in modo che io abbia il…

…diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo.

Questa è la vera proprietà, ciò che è mio lo gestisco come voglio io e io soltanto. Il punto è che chiunque può venire a prendersela, appropriandosene, a meno che io non la difenda. Per questo la proprietà “vera” viene definita dal potere che ha il possessore: l’Impero Romano era stato creato dai Romani ma negli anni di profonda crisi dell’Impero essi non avevano più i mezzi per difendersi, tanto che le popolazioni barbariche se ne appropriarono.

“L’Impero Romano è e rimane dei Romani!” – Certo, questa è una bellissima risposta moralista e sentimentale, ma chi ne poteva disporre a piacimento, il proprietario, non erano più i Romani. Finché si fanno discorsi vuoti di proprietà e di merito non si può ottenere nulla se l’altro è deciso a far valere il proprio potere, ogni altra soluzione è debole e inutile. L’unica è usare il potere a propria volta: se i Romani non sono più stati capaci di tenere insieme il loro Impero, vuol dire che non erano più sufficientemente adatti per governarlo, venendo poi sostituiti.

Questa è la legge del più forte, esatto. Nella nostra cultura di dominati la legge del più forte è una cosa incivile e barbara, ma tra i dominatori è sempre stata l’unica legge esistente: in primis nello scenario internazionale. Se noi diventiamo finalmente dominatori di noi stessi, non potremo far altro che incappare anche in essa, nel bene e nel male.

Ma cosa comporta tutto questo ? Come cambiano le dinamiche sociali, economiche e politiche ?

Lo vedremo nel prossimo articolo. Vi aspetto!

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Appello all’unicità dell’individuo, e al fondamentale controllo che egli necessita per realizzarsi. Invito all’emancipazione da parte di catene morali e/o ideali, che finiscono soltanto per sacrificare l’uomo per nulla. Dopotutto non conviene passare la propria vita schiavi di qualcos’altro.