Quale sia la causa del fascismo è una domanda alla quale si può rispondere in diversi modi: si può rispondere a partire da considerazioni di tipo ideologico, come nel caso di nazionalismo spinto e di volontà di gerarchia, oppure in senso materiale, parlando di necessità economiche (protezionismo spinto) o di sicurezza (con collegamenti anche al razzismo). Tutte queste caratteristiche sono interconnesse, ma per andare a trovare le cause prime, l’approccio deve essere più profondo.

Prima di tutto, è necessario definire cosa intendo con fascismo: esso è un’ideologia improntata profondamente sul nazionalismo, (di conseguenza) sulla collaborazione di classe, autoritaria, illiberale (nel senso culturale e non economico del termine) e sociale. Questo è perlomeno un set di caratteristiche che riesce a comprendere tutti i fascismi “classici”, mentre di quelli più recenti avremo modo di parlare.

Le cause dei fascismi possono essere ritrovate nelle condizioni materiali che gli sottostanno e che li precedono, tramite il metodo del materialismo storico che ho già descritto in un articolo precedente, e ho avuto modo di usare, in termini di analisi attuale, nell’ambito del razzismo.

L’articolo verrà strutturato in due parti, prima un’analisi storica e poi le considerazioni teoriche.

 

Analisi storica: i fascismi in Sud America ed Europa

Quando si parla di regimi fascisti, ci vengono immediatamente in mente l’Italia Mussoliniana e la Germania di Hitler; capita già più raramente di pensare alla Spagna Franchista, o ai numerosissimi regimi che si sono succeduti in America Latina.

Una premessa fondamentale è che in tali stati l’intervento degli USA (vedi Operation Condor) è stato spesso un coefficiente molto importante per l’affermazione di regimi dittatoriali di estrema destra, al fine di combattere lo “spettro del comunismo” che rischiava di conquistare l’America Latina, con l’ovvio supporto dell’Unione Sovietica. Tali regimi però non potevano esistere senza una certa base sociale che li supportassero, pertanto è sconsiderato dire che gli Stati Uniti siano gli “artefici” di regimi dittatoriali, mentre sarebbe più corretto dire che ne hanno favorito l’affermazione.

 

Introduzione storica dell’Italia

Succube di un’economia locale ma anche a livello europeo in grave difficoltà, l’Italia fu certo uno degli stati che più gravemente subì le conseguenze del primo conflitto mondiale. Non fu soltanto lo sforzo estremo del sistema produttivo italiano, già relativamente arretrato, ad esser stato causa delle crisi post-belliche, ma anche la improvvisa carenza di giovani che fornissero manodopera, sia per motivi fisici (mutilazioni, ferite gravi), sia per motivi psicologici (sindrome da stress post-traumatico), sia per motivi sociali (le donne si erano “infilate” in diversi posti di lavoro liberati dai ragazzi spediti al fronte). L’Italia era posta davanti ad un dissesto sociale ed economico senza precedenti, considerata la tetra ombra del divario Nord-Sud imponere sulla vita dell’Italiano, oltre ad un sentimento nazionalistico rinvigorito e inasprito dalla Grande Guerra, sia a causa della creazione di luoghi sociali di massa (il fronte) sia per la così decantata vittoria “mutilata”, poi diventata un vero e proprio fiore all’occhiello per le campagne di “rivalsa” fasciste.

L’Italia del dopoguerra era un paese estremamente diverso anche dal punto di vista politico: i cambiamenti del Partito Socialista, il rafforzamento di movimenti nazionalisti (nel 1919 possiamo ricordare la nascita dei Fasci di Combattimento) e la crisi profonda che stava esasperando le volontà estremiste rendevano sempre più difficile e in un certo senso “anacronistica” e socialmente incompatibile (e incondivisa) politica liberale e trasformista, portata avanti da Giolitti. Con la formazione delle numerosissime leghe rosse nella Pianura Padana, con i violenti scioperi che scossero dal basso le sicurezze della borghesia industriale e al contempo con la nascita di movimenti nazionalistici “eredi”, in un certo senso, del futurismo italiano, la politica la si faceva ormai al di fuori delle aule del Parlamento, dove invece Giolitti aveva gloriosamente tenuto duro venti anni.

Questa peculiare novità del “luogo” della politica verrà espresso in maniera chiarissima da Mussolini con le manifestazioni di massa, la propaganda e i discorsi alle piazze: ormai era il popolo che si doveva convincere, non i parlamentari. La calatura del potere nelle persone fu anche sintomo della ormai più che neonata società di massa, e che ebbe modo di svilupparsi ulteriormente grazie ai mezzi di comunicazione migliori ma anche, e forse soprattutto, al coinvolgimento del popolo in guerra, in quella “guerra totale” che era il nuovo modo non solo di combattere al fronte ma anche di combattere a casa e in fabbrica, caratteristico proprio delle società di massa.

È fuori alcun dubbio poter allora collocare il fascismo Italiano, incarnato dall’azione e dal pensiero di Mussolini ma già nell’aria per molti versi, in questa epoca di profonda crisi. Mettendo però da parte per un po’ il nazionalismo (che è comunque estremamente legato al discorso che sto per fare), vi furono anche altri motivi per cui esso giunse all’esistenza e si poté sviluppare. La borghesia industriale, infatti, fu fortemente spaventata dal dilagare dello “spettro del comunismo”, specialmente in vista delle occupazioni delle fabbriche, delle leghe autogestite di braccianti agricoli e dei violenti scioperi che nel solo 1919 furono più di 2000. I fasci di combattimento, pertanto, furono supportati dalla borghesia in chiave anti-socialista. È importante però che furono sostenuti anche dal governo nella loro azione anti-socialista, secondo la dottrina giolittiana del “laissez-faire” (in via ufficiale) per quanto riguarda i movimenti operai.

Frequenti furono, infatti, le occasioni nelle quali la polizia lasciò che i fascisti potessero rapire operai, braccianti delle leghe, bruciare case o compiere violente contro-manifestazioni, in modo assolutamente illecito ma, purtroppo, concreto. Più in generale, ci fu un certo “tacito consenso”, politicamente manifestato sotto forma dell’attendismo, che fu comune a praticamente tutte le parti sociali (e di conseguenza, politiche) che non fossero di sinistra: la “classe media” dei colletti bianchi e dei piccoli imprenditori era favorevole ai FdC per la loro stretta vicinanza al movimento futurista, il nazionalismo e il forte anti-socialismo, che attirava il supporto anche dei grandi imprenditori.

È importante però notare che il fascismo è sì anti-socialista, ma non per questo non proponeva misure sociali: tra i punti del Programma di San Sepolcro, con il quale vennero fissate le volontà dei FdC, vi erano anche istanze di sostegno ai lavoratori e alle classi in difficoltà. Saranno poi celebri i numerosi programmi di sostegno alle famiglie, vacanze e misure anche ecologiche (come la famosa bonifica delle paludi) volte al miglioramento della vita dei ceti più bassi.

Un aspetto molto importante è la nascita di una specie di “triarchia ideologica” all’epoca, con il Partito Socialista a rappresentare le volontà di sinistra, con il Partito Popolare Italiano (nato nel 1919) che rappresentava le tendenze cattoliche e semiliberali, e un ancora non esistente Partito X, che si sarebbe fatto voce dei nazionalisti, dei corporativisti e degli antisocialisti, una sorta di “Partito Futurista”. L’impresa fiumana fu sostenuta apertamente dai fascisti, grazie anche al loro supporto logistico per le evacuazioni una volta che l’esercito decise di porre fine all’esperimento di D’Annunzio.

 

Introduzione storica alla Germania

La Nazione che realmente perse tutto con la Prima Guerra Mondiale fu l’Impero Tedesco: l’economia, certamente più solida come base di partenza rispetto a quella Italiana, fu spietatamente colpita durante i trattati di Versailles del 1919.

Deprivata dell’Alsazia-Lorena, del Corridoio Polacco e delle colonie, demilitarizzata e debitrice di 20 milioni di marchi d’oro, la Germania fu messa all’orlo del collasso. Dilaniata tra rivolte di sinistra e le risposte dei Freikorps, la Repubblica di Weimar nacque sotto la cattiva stella del Trattato di Versailles, con un colpo di Stato nel 1920 da parte di Kapp e uno nel 1923 da parte di un ancora novello Adolf Hitler.

Le ragioni per un così grande dissesto sociale sono abbastanza evidenti: la crisi che fu messa in moto dalla fine della Grande Guerra (sia per la guerra in sé, sia per il trattato di pace) spinse lo stato ad abusare dello stampo di moneta nel tentativo di ripagare il debito in quanto il sistema economico non poteva riprendersi da solo, considerato lo sforzo bellico e la difficoltà ad importare dagli stati vicini che anche essi, inoltre, erano in crisi.

Il dissesto sociale nella neonata Repubblica di Weimar fu estremamente forte, e segnò i suoi anni di vita con conflitti sociali, scioperi e contro reazioni. A causa dell’inaffidabilità della RdW di ripagare i debiti, la Francia occupò la Ruhr dal 1923 al 1925, ovvero la regione industriale più importante della Germania, mettendo ulteriormente in difficoltà l’economia tedesca. Con l’avvento di Stresemann la situazione migliorò, tanto che fu emesso il Rentenmark (equivalente a 1000 miliardi di Papiermark, la valuta iperinflata precedentemente), fu ripresa la Ruhr e fu stipulato il piano Dawes, con prestiti a lungo termine da parte di banche americane, che però trovarono un arresto non appena scoppiò la Grande Depressione.

Dopo il 1929 infatti si può parlare di un’onda generale di fallimenti, difficoltà finanziarie e bancarie che si trasmisero con grande impeto anche nell’economia reale, causando un effetto domino di tracolli che influenzò Grecia, Brasile, Argentina e Spagna, oltre che la Germania, ponendo le basi sociali ed economiche nelle quali si poté sviluppare un’ideologia fascista. Nel 1930 si svolsero le elezioni per il Reichstag e il Partito NazionalSocialista Tedesco dei Lavoratori, NSDAP, ottenne il 18% dei seggi, 5 volte in più dei seggi ottenuti nel 1928, due anni prima.

A causa anche di alcuni tagli all’assistenza sociale e all’assenza di una maggioranza, il governo si trovò in una situazione estremamente spinosa, con un tasso di disoccupazione del 40% (due persone su 5 non avevano lavoro), facendoci capire quanto fosse disastroso quel periodo per l’economia e la società in Germania. Nel 1932 il governo venne sciolto dall’allora presidente Hindenburg, ordinando nuove elezioni che video il NSDAP al 37% e Hitler richiedere ufficialmente la carica di Reichskanzler a Hindenburg; il presidente rifiutò, e nelle elezioni svolte a Novembre del 1932 l’NSDAP si mantenne ad un saldo 33%.

Dopo aver fatto un accordo di coalizione con l’altro grande partito della destra, il Partito Popolare Nazionale Tedesco, DNVP, Hindenburg dovette dare a Hitler la carica di cancelliere per non danneggiare ulteriormente il consenso su cui poggiava la Repubblica di Weimar: come si sa, questo ne porterà comunque la morte.

 

Spagna, Portogallo, Grecia e Sud America

Reagendo alla enorme destabilizzazione economica causata dal terremoto del Big Crash, Spagna, Grecia e diversi stati del Sud America furono messi in forti difficoltà, causando per effetto domino profonde crisi sociali e poi, di conseguenza, la nascita di credi politici che andarono poi ad affermarsi.

La Spagna, per esempio, nonostante la sua neutralità dovette comunque subire alcuni danni diretti dalla Prima Guerra Mondiale, ma poi ebbe difficoltà specialmente in quanto gli altri stati europei erano in grave recessione, soffrendo numerose carestie e problemi sociali che poi furono suggellati dalla crisi del ’29. In quell’ambiente si andarono poi a diffondere pensieri estremisti a causa dell’insufficienza del governo liberale, da un lato anarcosindacalista (in Catalogna), dall’altro fascista, da un altro ancora stalinista. I movimenti anarcosindacalisti riuscirono per un periodo ad ottenere il controllo della Catalogna e di alcune parti della Spagna centrale, poi a causa di alcune politiche sbagliate (come la partecipazione in un governo di coalizione), il sabotaggio degli stalinisti (che frequentemente trattenevano i rifornimenti di munizioni e provviste destinate ai compagni catalani) e la forza dei fascisti, supportati da buona parte dell’esercito e dalla borghesia, l’esperimento anarchico finì, consegnando una Spagna fascista all’Europa del 1940.

L’Argentina accusò anch’essa il contraccolpo del 1929, vedendo prima un governo corporativista salire al potere per poi, a causa di un passo indietro dei conservatori, avere un governo semi-liberale che fu poi rovesciato da un colpo di stato, guidato dal famoso Juan Perón. Populista e fortemente personalista, il suo tramonto lo vide a causa della sua cattiva gestione delle relazioni con la Chiesa e politiche inflazionarie sconsiderate. Da allora fino al ’66 vi fu una raffica di colpi di Stato, ne ho contati 7 tra il 1946 e il 1966, con un breve governo post-Peròn, caduto per aver tolto misure sociali e di conseguenza causato dissesto e un controgolpe peronista, nel 1956 Frondizi diede ambito ai conservatori nell’agricoltura ecc…

Le parole che vorrei spendere sul Cile sono un pochino di più, perché in tal caso si è potuto assistere ad una interferenza esterna nelle questioni politiche e sociali interne da parte di USA e dell’URSS: ciò che analizzeremo, però, sono soltanto le interferenze americane in quanto l’argomento di oggi è il fascismo, e non il totalitarismo à-là-Stalin. Il Presidente del Cile Salvador Allende venne eletto nel 1970, dopo un periodo abbastanza instabile per la politica e l’economia cilena, tra il terremoto del 1960 e le tensioni nella tripartita coalizione di governo, portò un insieme di istanze socialiste e di nazionalizzazione di diverse industrie che non piacquero né alla borghesia, né agli Stati Uniti. Fornisco i collegamenti all’Operation Condor e ad alcuni documenti desegretati della CIA archiviati nel libero National Security Archive. Linko anche il sito della CIA se volete informazioni di prima mano e un articolo della CBS per fruibilità. Ciò che si può osservare, in sostanza, è che gli USA hanno fortemente influenzato la stabilità della società Cilena attraverso manipolazioni economiche e politiche, sostenendo in modo attivo il Golpe del 1973 per mano di Augusto Pinochet. La presenza dei “Chicago boys” tra le fila degli economisti di riferimento è un’ulteriore conferma (se mai ne fossero servite altre) di quanto gli USA avessero le mani in pasta. Lascio un ultimo link a Wikipedia.

Ciò che possiamo osservare è la generazione “artificiale”, “attiva” delle condizioni sociali favorevoli al fascismo, con una crisi economica studiata e poi coadiuvata da propaganda e colpi di mano politici e militari. In modo cosciente o meno, gli Stati Uniti d’America hanno strozzato l’economia cilena che, specialmente con un presidente Socialista, si radicalizzò in modo sensibile verso destra, ponendo le basi per il governo fascista che sarebbe nato di lì a poco. Che tale “effetto” fascistizzante fosse conosciuto e intenzionale, è difficile dirlo, in quanto lo strozzare l’economia è uno dei metodi più classici per indebolire il nemico, specialmente in questo caso associato al socialismo che gli USA stavano cercando di combattere, specialmente in Sud America (Corradini le chiamerebbe “nazioni proletarie”).

L’intervento in Grecia fu altrettanto determinante, anche se meno massiccio in termini di fronti e di risorse impiegate: gli USA volevano arginare l’influenza sovietica al di fuori del Mar Egeo, pertanto supportarono gruppi anticomunisti che si opposero invece alle milizie filosovietiche che, per numerosi problemi logistici, strategici e specialmente lo scarso supporto dall’URSS (e le fratture tra essa e la Jugoslavia), si trovarono in svantaggio.  Le spaccature sociali rimasero profonde in Grecia, specialmente con le grandi carestie che accompagnarono la guerra civile tra il ’45 e il ’49, manifestate in enormi difficoltà economiche e instabilità politica per il fazionismo comunista e anticomunista e le istanze sociali che venivano chieste dal popolo.

Il conflitto tra il re Costantino II e i fragili governi fu la goccia che fece traboccare il vaso nel 1965, portando alla preparazione in gran segreto di un colpo di stato militare. Il re diede il suo assenso (anche se non legittimò mai ufficialmente con la firma di documenti e/o costituzioni il regime dei colonnelli), ma si trovò ben presto a dover combattere contro il regime in quanto gli ufficiali che guidarono il golpe vollero bypassare il via libera concreto del re e degli alti gradi dell’esercito. Una volta che diversi ministeri furono occupati dai soldati, gruppi di sinistra furono trucidati o isolati, il re decise di collaborare. La dittatura dei colonnelli durò dal 1967 al 1974, e si schierò in maniera aperta su linee fortemente nazionaliste, paternaliste e anticomuniste, oltre che autoritarie.

Il Portogallo del ‘900 cominciò anch’esso con diverse dittature, subendo tra il 1915 e il 1918 due regimi militari, in risposta alle spaccature create in seno alla società portoghese dopo l’affermazione di una repubblica fortemente laica e progressista che, a causa delle fratture con la Chiesa e importanti componenti conservatori ed operai non tardò ad entrare in difficoltà. Il primo golpe venne fatto per liberare il paese da una “dittatura amministrativa” (ovvero dal metodo di governo conseguenza della sospensione delle attività del parlamento), e il secondo per tirare fuori il paese dalla partecipazione nella Prima Guerra Mondiale. I governi militari durarono poco, e dopo la caduta del secondo si scatenò una breve guerra civile che vide lo scontro tra forze monarchiche e forze repubblicane, con la vittoria di queste ultime.

La Repubblica però non sopravvisse tanto a lungo, anche a causa dei talvolta sanguinosi conflitti che la percorsero, le accuse di corruzione e le difficoltà nel risolvere i problemi sociali, tanto che tra il 1910 e il 1926 si succedettero ben 45 governi (45!); i problemi derivanti dalle ormai vecchie (ma mai sopite) fratture sociali, crisi economiche e divisioni politiche, uniti a quanto ereditato dalla Grande Guerra, rese la vita pacifica qualcosa di impossibile: rivolte popolari, scioperi dei lavoratori, tumulti militari, assassinii politici (il militare Sidonio Pais, che aveva guidato il golpe del 1917, fu assassinato da un anarchico, mentre nel 1921 i militari fecero una pulizia politica durante la cosiddetta Noite Sangrienta).

Oltre alle difficoltà interne, i repubblicani dovettero scontrarsi anche con le richieste di autonomia dei coloni, che furono una delle punte di diamante del programma repubblicano ma che poi non venne realizzata una volta giunti al potere. La sfiducia nella repubblica culminò con il colpo di stato del 28 maggio 1926, guidato dal generale Da Costa che, lasciando dietro di sé una scia di insurrezioni anche operaie, marciò su Lisbona.

Crisi: il terreno del fascismo

Ora che abbiamo potuto ripercorrere le origini di alcuni dei regimi fascisti più importanti (tra quelli che non ho trattato ci sono anche quello del Brasile di Vargas, l’Uruguay di Terra e altri stati minori), penso che sia evidente in quale terreno il fascismo riesca ad affondare le radici.

È evidente, infatti, lo stretto rapporto tra fascismo e crisi economica e sociale, la cui conseguenza è sfiducia nei confronti del governo attuale e polarizzazione dell’opinione pubblica su posizioni estremiste. In Italia, in Germania, in Spagna, in Argentina, in Portogallo, in Grecia, in Cile: tutti questi regimi fascisti si sono eretti su un retroterra di crisi, di conflitto, di disagio sociale ed economico.

La difesa dei rapporti di produzione

In un momento di crisi i rapporti di produzione sono messi in pericolo: a parte le classiche critiche che si possono fare ai rapporti (e di conseguenza sistema economico) vigenti, si può imputare la causa della crisi alla inefficace gestione dei mezzi di produzione da parte della classe dominante.

Nei periodi di prosperità economica e stabilità sociale la fiducia nel sistema socioeconomico vigente è generalmente salda, pur con qualche opposizione che ha piccola rilevanza politica. I movimenti di emancipazione sociale e culturale (come quelli del ’68) sono fondamentalmente diversi da quelli scaturiti da crisi socio-economiche in quanto non hanno punti d’attrito con il sistema in quanto tale, ma solamente con alcune forme determinate che sono facilmente plasmabili secondo le esigenze (come il diritto di voto ai neri).

Il conflitto “sovrastrutturale” può risolversi all’interno del sistema socioeconomico, mentre invece un conflitto più profondo necessita di risoluzioni più profonde. Ciò che però è evidente è che la lotta sovrastrutturale, “ideologica”, culturale, deve comunque essere presente, ed è anzi estremamente importante perché è su quell’arena che ci si contende il supporto al movimento politico.

In quanto ci sono delle classi che godono degli attuali rapporti di produzione, nei momenti di crisi saranno sicuramente presenti forze politiche e sociali il cui fine è la loro conservazione, cosa che viene attuata in diversi modi:

  • Nazionalismo – Il nazionalismo svolge numerose funzioni nella conservazione dei rapporti di produzione, tra cui l’incitamento alla collaborazione di classe (a causa della [falsa] comunanza di interessi nazionali tra membri delle diverse classi sociali) e il frazionamento del movimento operaio internazionale, come si è potuto vedere chiaramente con la morte della Seconda Internazionale in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale. Ci sono anche motivazioni più prettamente psicologiche (dialettica noi vs loro) che facilita la creazione di capri espiatori e nemici contro ai quali unire il popolo
  • Misure sociali – Se la crisi economica ha radicalizzato la popolazione, delle misure sociali sono funzionali ad indebolire i movimenti rivoluzionari in quanto non solo vanno ad attutire/risolvere (anche se non in maniera permanente) i problemi materiali della popolazione, ma agendo anche da strumento di propaganda in quanto segno di “benevolenza” del governo. Le misure sociali hanno la stessa funzione anche all’interno del funzionamento ordinario del capitalismo in momenti di leggera difficoltà con la socialdemocrazia.
  • Corporativismo – Il sistema economico proposto dal fascismo comprende la divisione dei lavoratori in sindacati corporativi, simili a gilde, che pertanto spezzano l’unità anche operativa della lotta di classe lavoratrice, e più in generale l’intero orientamento economico come definito dal regime vigente, la cui esistenza stessa si fonda sulla necessità di far sopravvivere le relazioni capitalistiche. Va anche a limitarsi quell'”anarchia della produzione”, ovvero il mercato, che permette da un lato il profitto massimo per i capitalisti e dall’altro causa le crisi periodiche.

Talvolta si sviluppano anche culti dell’identità nazionale (ad esempio quello dell’Impero Romano per il fascismo italiano, per l’età ellenistica per la Grecia dei colonnelli o il nordicismo nazista) in funzione di rafforzare determinate misure, ma più in generale si può dire che non è importante il punto politico specifico, bensì la sua funzione di conservazione dell’ordine socioeconomico in termini di rapporti di produzione. Alcuni esempi notevoli sono il razzismo e l’antisemitismo, che vanno bene ad integrarsi con la pretesa sociale del fascismo, ma non ne sono componente necessaria.

Abbiamo definito perché il fascismo esiste così come lo conosciamo, e abbiamo constatato che la sua origine affonda le radici nelle crisi del capitalismo. Nonostante la grande fertilità sociale (e soprattutto la necessità della classe sociale dominante) dei periodi di difficoltà socioeconomica per i fascismi, non è però da escludere in maniera assoluta un regime fascista in tempi di prosperità, anche se l’assenza di una economia di mercato andrebbe a danneggiare la maggior parte dei capitalisti e difficilmente verrebbe sostenuta, specialmente con l’impostazione culturale ereditata dal 1968 che ha dato le basi in un modo o nell’altro al capitalismo più “libero” e antiautoritario.

 

Crisi, capitalismo e alcune considerazioni

Il capitalismo è intrinsicamente portato ad assumere cicli di boom-crisi, e lascio completamente il lettore nelle mani di Sam Harris di critiqueofcrisistheory e Michael Roberts di thenextrecession per una introduzione che io non riuscirei mai a fare all’argomento. Trattandosi di lettura secondaria, indicherei la tendenza del tasso di profitto a calare e l’anarchia di produzione come le due tematiche centrali elaborate da Marx stesso per quanto riguarda i meccanismi di crisi economiche, oltre a critiche al sistema monetario in generale e così via.

È sicuro che il fascismo come lo conosciamo oggi non potrebbe esistere (o meglio, non avrebbe senso di farlo) se i rapporti di produzione fossero diversi, ad esempio con un controllo collettivo dei mezzi di produzione, in quanto la funzione del fascismo è quella di mantenere la forma capitalistica dell’economia, seppur in modo più rigido e “svantaggioso” per i capitalisti in senso temporaneo a causa della frammentazione del mercato globale (rendendo difficile avere manodopera a basso prezzo e rivendere dove costa di più), a causa delle misure sociali che rappresentano un costo importante per lo Stato e a causa della relativa forza che i sindacati riescono ad ottenere in virtù di come è organizzato il sistema economico, sebbene in maniera settoriale. L’autoritarismo (e il totalitarismo che consegue dall’eliminazione di voci che mettono in discussione l’autorità) sono delle misure che servono per mantene la “purezza” ideologica dello Stato, attraverso il controllo degli organi di informazione, la censura, la propaganda, la violenza politica ecc.

Concludo questo articolo, premettendo che l’analisi è soltanto all’inizio: per una critica (profonda) del fascismo, non ci si può solamente fermare ad una critica materiale, ma bisogna anche approfondire la parte ideologica che è così tanto parte della esistenza di uno stato fascista, per cui varrebbe la pena analizzare a fondo il lato culturale non solo per il superamento di tali sistemi, ma anche solamente per capire come funzionano.

Aspettatevi comunque nuovi articoli a proposito.

Alla prossima!