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Nei precedenti articoli sulla proprietà, fortemente improntati sull’opera l’Unico e la sua Proprietà di Max Stirner, abbiamo analizzato come l’emancipazione dell’uomo debba necessariamente comprendere un rifiuto di qualsiasi “Idea” o “spirito” sacro che ci possa impedire di realizzare noi stessi, che ci limiti.

Ci furono però due colossi che non decisero di lasciarsi abbindolare, e che in futuro avrebbero fondato uno dei movimenti più importanti della storia moderna: Karl Marx e Friedrich Engels, al tempo ancora giovani, facevano parte dello stesso gruppo di intellettuali (I Giovani Hegeliani) di cui faceva parte Stirner, come anche Feuerbach, Otto e Bruno Bauer ecc.

I due giovani comunisti erano parte di un movimento di essenziale capovolgimento del sistema hegeliano, in quanto esso era un covo di idee che nascevano da un punto in comune ma che, con il loro evolversi, tendevano a prendere strade diverse.

Questo causò anche una tempesta di critiche tutti contro tutti. Marx ed Engels notarono la dirompenza dell’opera e del pensiero di Stirner, decidendo di dedicare una critica più lunga del libro stesso in risposta all’Unico.

Il ruolo dell’Ideologia

Come abbiamo visto, Stirner critica l’esistenza della gerarchia su una base ideologica, e di conseguenza ipotizza un’emancipazione dell’uomo con una liberazione dal punto di vista ideologico: se io non riconosco più la proprietà delle idee su di me, divento proprietario di me stesso, loro e di tutto quello che il mondo ha da offrirmi.

Marx però la vedeva diversamente: compiere una ribellione ideologica non avrebbe mai liberato l’uomo per il semplice motivo che l’uomo è condizionato anche e soprattutto dalla realtà materiale. L’ideologia è una delle “Sovrastrutture” plasmata e generata dalla sottostante “Struttura” economica, come anche succede con la società ecc.

Questo significa che Stirner avrebbe solo tolto il velo sacro dalle istituzioni e dai valori, senza però riuscire a fare una differenza reale in quanto la sottostruttura economica sarebbe rimasta intatta. Il motivo per cui questo succede è che l’uomo non può prescindere dal suo sostentamento e dalla soddisfazione dei suoi bisogni, e per questo organizza la società a seconda dei rapporti di produzione e della divisione del lavoro: infatti con la crescita della borghesia a partire dal medioevo, i rapporti di produzione cominciarono a mutare da quelli Servo-Padrone, richiedendo infine un cambiamento sociale (Rivoluzione) quando il contrasto tra l’economia e la società/politica diventò troppo intenso.

Fondamentalmente è questo il motivo per cui Marx non ha fatto tante speculazioni filosofiche quanto vere e proprie analisi del sistema economico del capitalismo. Da esse ha poi dedotto alcune conseguenze sul tessuto sociale, come l’alienazione, di cui parlerò nei prossimi articoli.

Il cambiamento sociale, politico e culturale è perciò causato dal cambiamento economico: il sociologo marxista Max Weber però, analizzando le origini del capitalismo, trovò che era in parte causato anche dall’etica del lavoro tipica del calvinismo. Anche Antonio Gramsci, uno dei più importanti marxisti della storia, rivalutò in parte questa teoria di Marx proponendo che ideologia, società, politica ed economia in realtà fossero legati meno strettamente e potessero influenzarsi a vicenda, riconoscendo comunque all’economia il ruolo predominante: essa infatti è necessaria per soddisfare il presupposto assoluto dell’esistenza di qualsiasi società e politica, ovvero la sopravvivenza.

Il materialismo dialettico

Il cambiamento come abbiamo visto non può essere lineare, in quanto un settore in rapido mutamento può essere ostacolato dal resto, creando contrasto.

Dopotutto ogni cambiamento nasce dal contrasto (e qui si nota l’impronta di Hegel), generando uno stato più evoluto a partire dal contrasto di due concetti precedenti. Questo vale per le idee, ma anche per la società: il suo cambiamento infatti è fondamentalmente causato dal contrasto tra economia e sovrastrutture, ma che a sua volta è causata dal contrasto tra due classi contrapposte, cambiate col passare del tempo. La nascita della borghesia cittadina infatti fu un prodotto della fuga di alcuni servi nelle città, dove i feudatari non avevano potere e dove potevano entrare nelle corporazioni per imparare determinati mestieri ed avere determinate garanzie

Fu poi la nascita di una classe di borghesi unicamente dediti al commercio a causare la “specializzazione” degli Stati in Europa per determinati prodotti: prima era necessario produrre tutto in loco, ma con la circolazione delle merci ciascuna nazione/ducato poteva sopravviere solo con il suo prodotto di punta, come fu il caso della lana e dei tessuti per gli Inglesi. Le Repubbliche Marinare presero forza proprio in virtù dell’intensificazione del commercio, permettendo la nascita di quel proto-capitalismo che finì per sostituire il feudalesimo, inadeguato al sistema economico che stava nascendo e che aveva bisogno di determinate condizioni per poter fiorire.

Tracciando la linea fin dall’epoca antica, si può sempre notare l’opposizione di due classi sociali agli estremi: inizialmente l’opposizione era tra schiavi e uomini liberi, poi si trasformò in una dicotomia servi e padroni, per trasformarsi oggi in proletari e capitalisti. Il sistema sociale e politico è necessariamente determinato dal sistema economico, e possiamo individuare con facilità come al cambiamento della struttura cambi la sovrastruttura: nel sistema giudiziario romano ad esempio, lo Stato riconosceva legalmente le classi dei non-liberi e dei liberi, per poi fondarsi sul legame feudale durante il Medioevo e per legittimare infine la possessione della proprietà privata sulla quale si basa il capitalismo.

L’opposizione però tra queste due classi porterà necessariamente ad un conflitto, in quanto una è soggiogata all’altra e lavora per soddisfare prima i bisogni del dominatore e poi i propri. È possibile osservare questo meccanismo ripercorrendo di nuovo il filo storico dei rapporti economico-sociali: i non liberi lavoravano per soddisfare i bisogni dei liberi, i servi lavoravano per soddisfare i bisogni dei padroni e i dipendenti lavorano per soddisfare i bisogni dei capitalisti, causando così scompensi e provocando a sua volta contrasti sociali, più o meno gravi a seconda dello squilibrio.

La Rivoluzione Francese è l’esempio maestro di tutti i concetti espressi finora: la borghesia stava cominciando a diventare incompatibile con il regime assolutistico che la limitava fortemente lato economico a causa del Mercantilismo, aveva sviluppato anche una propria corrente culturale (l’Illuminismo) e trovò i propri bisogni negati fino al punto di non ritorno durante la crisi, oltretutto mal gestita, del 1788. Il contrasto tra il vecchio e il nuovo era giunto alla sua massima espressione: la monarchia fu rovesciata e il potere andò al popolo. Ci furono numerosi reflussi conservatori iniziali e dopo il Termidoro, con la “gioventù dorata” e la costituzione del 1795 che si richiamava a valori ben al di fuori della Trinità “Liberté, Egalité, Fraternité”. Il cambiamento però era irreversibile, e diede vita a numerosissimi movimenti repubblicani in tutta Europa.

Cosa può causare questa importante premessa ?

Lo scopriremo nel prossimo articolo!