Il momento storico nel quale ci troviamo è per molti indecifrabile: le istituzioni liberali sono in crisi, pare di essere in un’epoca della “post-verità” e del nichilismo.

Che cos’è successo ?

Tramite Jean Baudrillard, proveremo a creare una prospettiva sul mondo moderno; o, forse, post-moderno.

Iperrealtà e segno

Dal secondo dopoguerra il boom economico sconvolse il mondo: le campagne si spopolarono a fronte di un’industrializzazione di massa, le università vennero invase da ragazzi, spesso i primi della famiglia a studiare, da forti emigrazioni interne ed esterne agli stati, al forte paternalismo dello stato nei confronti dei lavoratori e all’espansione del mercato di oggetti di consumo un tempo esclusivi alle aristocrazie, e talvolta addirittura nuovi, come il motorino, la macchina, il frigo, la radio, la televisione ecc.

A partire dagli anni ’20 del 1900, il ceto intellettuale cominciò già a preoccuparsi di quanto si profilasse nel panorama sociale e culturale: una società della massa, dell’anonimato, dell'”inautenticità”, della chiacchiera (Gerede) e della curiosità-novità (Neugier). Con il boom che si estese dal 1945 al 1973, però, tutto si rivoluzionò, e con ciò anche le interazioni sociali.

L’urbanizzazione e l’industrializzazione portarono alla fine delle comunità agricole, e la “terziarizzazione” dell’economia portarono alla fine delle esperienze collettive in fabbrica; non solo, con la speculazione edilizia conseguente creò quartieri senza posti di aggregazione, le piazze sono state trasformate in parcheggi, e lo stesso tessuto urbano delle città sviluppatesi nel dopoguerra riflette un cambiamento nella struttura sociale: le case create attorno al “privato” ora alla mano di tutti (con giardino, stanza tv ecc.) rimuovevano tanti motivi di assembramento come il vedere la partita al bar o stare al parco. Le stesse famiglie sono state prima ridotte e poi smantellate, e la gita fuori porta la domenica si fa tanto meno quanto parlare coi genitori.

Il pensiero di Baudrillard si inserisce a partire da questo scenario storico-sociale, nel quale l’importanza del marketing assunse un ruolo fondamentale (addirittura negli anni ’60 l’arte divenne mezzo di pubblicità e fatta da pubblicitari come Warhol, e viceversa), la proliferazione della radio l’informazione disponibile a tutti. La diffusione della musica rock, dei simboli come Jimi Hendrix, Bob Marley, le band pop come i Beatles e tanti altri crearono la cosiddetta “cultura di massa”, tipica dei giovani che lottarono per il riconoscimento da parte degli adulti, e che furono tempestivamente “riconosciuti” dal mercato come un nuovo settore di clienti. Per il pensatore francese, il consumismo si fondava non più sul valore d’uso concreto degli oggetti, ma sul valore simbolico che essi hanno: sul fatto che sono simboli di status sociale, o che sono di un brand prestigioso, o che manifestano un certo “essere tale”; quante magliette con Che Guevara sono state vendute in quanto “simbolo” di ribellione ?

Per Baudrillard però il valore simbolico nell’epoca postmoderna prevaricava in importanza il valore d’uso, per Marx il fondamento del valore di scambio: con il libro “Per una Critica dell’Economia Politica del Segno” (1972), Baudrillard in un certo senso continuò il programma del Marxismo di un’analisi critica della realtà (il titolo infatti rimanda al testo di Marx “Per la Critica dell’Economia Politica”), pur rompendo con il Marxismo stesso in quanto secondo lui non era più adatto ad analizzare i meccanismi sociali: in un certo senso ritenendolo “obsoleto”.

Progressivamente, il suo pensiero si concentrò sempre più sul predominio di tale valore simbolico, per concentrarsi nella fase matura sulla sussunzione della società capitalistica “postmoderna” a tale forma di valore, similmente al capitalismo “moderno” sussunto al valore di scambio: significa perciò che le nostre interazioni sociali, la produzione e lo scambio sono orientati alla produzione di tale valore; il marxismo analizzante il modo e le relazioni di produzione viene superato dall’analisi dell’iperrealtà e del simulacro.

Il simulacro è una “copia senza originale”; non tanto perché non è mai esistito l’originale, bensì perché “non esiste più”, perché è stato cancellato socialmente, elevando per cui il simulacro a “nuovo originale”: questo apre le porte ad una realtà non più reale, una iperrealtà, che si è staccata dalla sua base concreta e che è autonoma, chiusa in sé stessa, autosufficiente e crescentemente astratta, eppure concreta e reale. Si crea così una sorta di “impostura”, nella quale il valore simbolico la fa da padrone con il conseguente collasso del senso e della vita reale.

La “condizione postmoderna”

La disconnessione dalla realtà è un tema che ha particolarmente impatto a partire dalla rivoluzione informatica, nella quale mezzi di simulazione di mondi e spazi sono arrivati nella mano di tutti; direi, però, che la rivoluzione fondamentale sia avvenuta nel mondo dei media, e i social sono qualcosa che connette la critica dell’economia politica del segno baudrillardiana e la critica dell’economia politica “materiale” marxiana, oltre che un caso esemplare di “condizione postmoderna”.

Partirei dal fatto che col postmodernismo si è sostituita, perlomeno nei paesi del “primo mondo”, la società (Gesellschaft) alla comunità (Gemeinschaft), con conseguente deperimento delle verità condivise: quali possono essercene se siamo sempre meno in contatto perfino con i vicini, che nei secoli sono sempre stati un baluardo di solidarietà contro le difficoltà economiche, coloro con cui giocavano i bambini e con cui si parlava per più di 10 minuti ? Nella metropolitana non si parla, bensì si sta nella confortante realtà dei social, a trionfare su qualche sconosciuto nei commenti.

La fine delle esperienze comuni ha portato di conseguenza ad una crisi della verità, perché tutti hanno visto una parte diversa della storia, e con la sovrabbondante quantità di modi di informarsi non si fa altro che intensificare il fenomeno; le competizioni politiche oggi si fanno tramite dichiarazioni, notizie e video, e seppure i partiti e le persone di “vecchia” impostazione rimangano scandalizzati e rinneghino quanto accade giudicandolo come un momento di “inciviltà”, la questione è molto profonda.

Infatti, la situazione attuale ricorda quella dell’Atene dell’eristica (dal greco Ἔρις, conflitto, lite, contesa) e della sofistica contro cui cercò di opporsi Socrate. Il tentativo di “far nascere” dalle persone la loro propria verità, al posto di essere “persuasi” da politici ben istruiti dai sofisti che echeggiano fino (soprattutto!) oggi, e la ricerca di una verità comune era (ed è) alla base di una vita in armonia in una comunità. Oggi siamo invece succubi dell’opinionismo (che terrei a distinguere dalla pluralità di punti di vista, perché tendenzialmente le “opinioni” sono formate da quanto viene chiacchierato, piuttosto che da uno studio approfondito dell’argomento) e dal nichilismo, in quanto la società viene perpetuata in senso esclusivamente economico, e non più politico: l’uomo non è più elemento nella comunità che governa sé stesso e insieme agli altri la comunità, bensì è un granello di sabbia che forma la montagna globale che è il “giudizio dei mercati”, sotto ai quali gli stati sovrani non esistono più.

Per noi è contraddittoriamente comprensibile e incomprensibile l’homo faber fortunae suae dell’umanesimo, in quanto siamo socialmente convinti del fatto che “tutti siano imprenditori di sé stessi” e “milionari non ancora usciti fuori”, ma al contempo siamo morbosamente impotenti, tanto che Lyotard parlò fin dal 1979 di “disillusione politica”; l’individuo non si sente più rappresentato, e in questo contesto di languore, la politica tradizionale non poteva sopravvivere.

Il tramonto dell’attivismo politico del secolo scorso è stato accelerato da due fattori fondamentali: la crisi economica del 2007/2008 e dalla comunicazione di massa agevolata dai social.

Il primo fattore ha introdotto insicurezza economica e sociale, che ha creato forte insoddisfazione nei confronti dello “status quo” che non ha saputo evitare la crisi, e anzi ha dovuto fare spesso dei tagli molto severi sulle politiche di assistenza sociale, che in questi casi non fanno altro che aumentare il divario ricchi-poveri (report di Wall Street Journal) e ovviamente la rabbia sociale. La paura della disoccupazione, i licenziamenti di massa, i fallimenti delle piccole e medie aziende e l’indebitamento selvaggio hanno portato ad una situazione che ancora oggi rimane molto grave, con il lavoro precario fortemente prevalente tra i giovani da un lato e quello a tempo indeterminato tra la maggioranza delle “vecchie generazioni”, tendenzialmente coloro che avevano già tale contratto prima del 2008.

Il secondo invece ha creato tre fenomeni che riterrei rilevanti: il primo è il social come metodo di condividere a chiunque la propria opinione, pertanto valvola di sfogo, e sono tanto usati anche per marketing e la ricerca di attenzioni, specialmente dalle persone che li usano intensivamente: una situazione di “formale onnipotenza, concreta impotenza”; il secondo è il fenomeno di datamining, ovvero raccolta dati, da parte delle aziende che generalmente possiedono la piattaforma, ma che spesso vende i dati stessi a banche, agenzie assicurative, governi e altri grandi gruppi per esaminazioni statistiche, controllo dei post ecc (ovviamente per ingentissime somme di denaro); il terzo è la comunicazione tempestiva ed essenziale, che permette ai politici di fare botta e risposta  oltre che tweet ad effetto.

Questo crea importanti conseguenze, che si possono essenzialmente riassumere in “asocialità socializzata”, ovvero l’individuo è asociale, però in esperienze massificate come il trasporto, il lavoro, la famiglia: ed è questa la base per l’iperrealtà che Baudrillard ha voluto considerare, oggi ancor più pregnante proprio perché abbiamo strumenti che ne aumentano, più che tecnologicamente, l’impatto sociale. Se qualcuno volesse utilizzare Baudrillard come filosofo della tecnologia, mancherebbe non solo l’intento dell’autore, ma pure buona parte della significatività del suo pensiero.

Un giudizio su Baudrillard

In questo ambiente il filosofo francese trova la sua più abile applicazione, seppur con dei severi limiti.

Iperrealtà, valore simbolico e simulacri assumono pieno significato solamente nel problema postmoderno, e mi spingerei a dire quasi esclusivamente. E nonostante Marx fosse “obsoleto” già negli anni ’70 secondo l’autore, è chiaro che l’intero progetto baudrillardiano sia stato fondato da una situazione creata dal capitale, e seppur consegni delle chiavi preziose per delle interpretazioni di società anche ben precedenti della nostra, la sua rilevanza è predominante solo nell’epoca dominata da tali ingranaggi. Citando dai Grundrisse:

The simplest abstraction, then, which modern economics places at the head of its discussions, and which expresses an immeasurably ancient relation valid in all forms of society, nevertheless achieves practical truth as an abstraction only as a category of the most modern society.

(Karl Marx, Grundrisse, Marxists.org)

Nuovi sviluppi del sapere pertanto possono dare nuovo contesto ai vecchi, però aggiungerei che parlare di lavoro in generale nell’epoca nella quale soltanto si coltivava avesse molto poco senso piuttosto che oggi.

Inoltre, la cosiddetta “Economia Politica del Segno” rientra in modo integrale nella circuiteria dell'”Economia Politica” in quanto si tratta di una commercializzazione di prodotti destinati ad una società di individui che stanno materialmente bene, e avendo soddisfatto i bisogni ora possono dedicarsi ai desideri. Quanto mi è capitato di sentire come accusa nei confronti di Deleuze (& Guattari), ma anche a tanti altri pensatori postmoderni, di aver dato ambito culturale al neoliberalismo e il consumismo “avanzato” e massificato tramite la traduzione in filosofia dell’aria che aleggiava socialmente! Parlare delle “macchine desideranti” è un fatto puramente postmoderno e post-scarsità, di questo circuito di commercio, moda, marketing e consumo.

Ed è proprio in questo che risiede il limite ultimo della filosofia di Baudrillard: essa è significativa soltanto perché il simulacro esiste nella società della riproducibilità tecnica dell’arte, dell’informazione e delle immagini, della quale egli prevede (non ipotizza, prevede) una implosione completa, e un collasso della socialità in senso assoluto a partire dal significato degli oggetti. Forse memore di una sorta di Gestell, ovvero sistema di riproduzione tecnica sfuggito al controllo dell’uomo, e che al contrario lo controlla, l’apparato simbolico sembra avere il sopravvento sull’esistenza dell’uomo.

Occorre però ricordare come tale impianto simbolico non faccia altro che posare su, ed essere strumento di, un’economia politica della sopravvivenza prima che della significatività: è il “tempo libero” creato dalla meccanizzazione e dall’aumento della manodopera industriale e mondiale a creare lo spazio per l'”intrattenimento” nel quale si può realmente realizzare l’iperrealtà (i reality show sono l’apice di questa contraddizione), ed è la riproducibilità tecnica a permettere la produzione massificata del simulacro (fabbricando costantemente immagini nuove di eventi vecchi che vengono “usurpati” dalla nuova rappresentazione, fabbricata e diffusa), creando il linguaggio col quale si fanno i dibattiti politici postmoderni. Un modo paradossalmente simile a quello dell’eristica e della retorica nell’Atene della decadenza e sconfitta da Sparta nella guerra del Peloponneso.

Per cui, tale “sovrastruttura” simbolica e semiotica è conseguenza (sebbene contribuisca a perpetuarla) della struttura basilare di interazione sociale ed economica: è il modo nel quale si fa politica, è il mezzo del marketing, è il modo di comunicare; tuttavia, tale “iperrealtà” comunicativa, poggiando sulla parte economica e di sopravvivenza fisica dell’individuo, subirà una breccia che farà vedere l'”esterno” nel caso di una crisi, sistematica o addirittura causata dall’irresponsabilità materiale dell’homo simbolicus.

L’astrattezza, però, nella quale vive l’uomo postmoderno, è particolare: il bisogno reale è stato sostituito dal desiderio iperreale, che non soddisfa concretamente la persona e puramente movimento di esteriorità piuttosto che di qualcosa di interiore; proprio qui si fonda l’ontologia del consumo postmoderno – sul desiderio. L’intero mercato si sposta su un permanente regime di consumo cospicuo nel quale il valore dell’oggetto sta più nell’oggetto in quanto manifestazione (simbolica) sociale piuttosto che oggetto di uso reale; è un caso di feticismo della merce nel quale però non è nemmeno più il lavoro a dare valenza all’oggetto – il valore diventa completamente scollegato dall’effettivo senso di utilizzabilità o di scambiabilità del prodotto. E da questo valore “falso” ne deriva ovviamente un consumo “falso” e una soddisfazione “falsa”, iperreali appunto. Rimando al mio articolo Essenza, Ideologia, Morte per qualche approfondimento di questo argomento.

In tale situazione però, se la simbolicità assume valore assoluto e l’opinionismo rassomiglia all’eristica greca, le soluzioni che si aprono sono di due tipi connessi: da un lato possiamo dire che se il problema eristico si è riproposto, è possibile ritentare l’approccio socratico per un ritorno alla realtà interiore (per autori come Heidegger l’unica veramente autentica) da sviluppare e coltivare che si esternerebbe nella vita di ogni giorno, piuttosto che un’esistenza di pura esteriorità, significativa in senso relativo tanto quanto insignificante in senso assoluto per l’esistenza dell’essere umano; dall’altro, infrangere l’incantesimo dell’iperreale tramite l’azione pratica e concreta, tramite una prassi di sinistra che non giochi allo stesso gioco del simbolico che vuole distruggere tramite “manifestazioni” e “terrorismo”: l’impatto è sicuramente forte ogni volta, ma quanto accade di reale è poco o nulla, seppur ci sia un grande movimento di anime, in quanto viene tutto riassorbito nel turbinio dei simboli cui siamo succubi.

Quanto si profila è la necessità di creare di nuovo le occasioni sociali che si sono perse tramite una nuova urbanistica, eventi, solidarietà nella comunità (anche con una semplice donazione dell’usato, o alla pulizia dei parchi); ma non solo, perché sebbene le persone che hanno un senso sociale sono più “impermeabili” ai discorsi vuoti, alla post-verità e al post-bene, è necessario colpire anche alla sostanza, al presupposto l’attuale società postmoderna e iperrealistica, con la buona vecchia occupazione di fabbriche e riconversione in cooperative delle aziende fallite o degli stabili abbandonati.

Non ci resta che superare la nostra patologica abulia, e con un impulso di energia, con un vortice di fuoco, con una tempesta di elettricità, smetterla una volta per tutte di stare, sul nostro divano, comfortably numb.

Grazie a Then & Now per il fantastico video che ha fatto scaturire questo articolo.