Prendendo fortemente spunto da Manuel DeLanda, in questo articolo cercherò di fare alcune considerazioni su quanto è possibile conoscere della società modellizzandola come un sistema complesso, o assemblaggio.

Nella sua opera infatti, la ripresa della “teoria degli assemblaggi” di Deleuze e Guattari e la sua conseguente espansione ha aperto nuove strade per analizzare la società, nelle sue parti componenti, nei suoi ambiti e nel suo complesso, essa forse può essere ulteriormente arricchita delle analisi di Marx e Foucault, che qui proverò (in via fortemente sperimentale) ad articolare.

Punto zero: Assemblaggio di componenti

L’assemblaggio è un insieme di molteplici componenti che ha proprietà non ascrivibili ai singoli componenti stessi

A partire da questa definizione più o meno parafrasata dalle teorie di DeLanda, possiamo ascrivere a tale categoria gli elementi più disparati, come l’acqua, o le colonie di formiche, in quanto essi consistono dell’interazione tra molteplici elementi che compongono il sistema, in questi casi molecole di HO e formiche. Ma abbiamo già il primo spunto interessante: le somme delle interazioni di tali elementi costituenti porta all'”emergenza” di proprietà caratteristiche del sistema in quanto relazione di quegli elementi in quel modo; è proprio in quanto interagiscono in quel modo che la somma delle influenze reciproche genera fenomeni nuovi, impossibili da trovare nelle singole componenti.

I moti convettivi dell’acqua o dell’aria mentre esse vengono scaldate non sono osservabili scaldando una singola molecola, come nemmeno mille: è necessario un insieme di dimensioni sufficienti perché possano emergere determinati comportamenti. Per cui, un sistema sociale avrà delle proprietà emergenti a seconda delle sue dimensioni: un gruppo di amici è diverso dall’organizzazione di una multinazionale come da una singola persona.

Possiamo fare l’esempio dell’organizzazione: se una persona è capace di gestire sé stessa, e un gruppetto di amici può con più difficoltà organizzarsi senza una specializzazione dei ruoli, nel caso di una multinazionale al fine di far rispettare le linee guida è necessario instaurare linee comunicative, e un centro organizzativo di delegati se non vitale si rende perlomeno estremamente utile per la coordinazione delle parti dell’azienda. Traducendo in modo più concreto per i nostri intenti questa interessante proprietà, possiamo desumere che in sistemi dove bisogna coordinare molte persone o attività, come in una fabbrica, ma anche a livello più basso, avranno la necessità della nascita di un “ceto” organizzativo, che può essere quello dei capireparto (e una sorta di assemblea organizzativa di essi).

Vorrei far notare che non sto connotando i capireparto in senso di sorveglianti, bensì semplicemente come responsabili dell’organizzazione: essi possono assumere tale ruolo in virtù di determinate esigenze e conformazioni di potere, svolgendo perciò anche un ruolo diverso, come anche essere dei delegati scelti dall’assemblea operaia del reparto o della fabbrica intera. Essi sono, però, una sorta di necessità quando si tratta di coordinare centinaia di persone, in quanto le comunicazioni difficilmente permeano tutto il sistema in tempo utile e diretto (non deformato tra un passaggio e un altro), ed è comunque difficile consultare tutti per prendere decisioni, sia in tempi rapidi sia in modo competente: è utile avere qualcuno che si occupi di questo in modo particolare, non per forza esclusivo.

Per integrare maggiormente i partecipanti nel processo decisionale, è possibile per esempio delegare alcune decisioni a breve termine, secondarie ed immediate alla figura organizzativa “locale”, mentre le decisioni più importanti vengono discusse dall’assemblea di tutti (o, nel caso il gruppo sia molto grande, di un insieme di delegati); questo si applica in tutti i casi sia necessario coinvolgere una moltitudine di persone, per cui vale anche a livello statale come organizzativo in generale: si può osservare però che più è ampio il sistema sociale del quale si deve organizzare la vita, più è stratificata l’organizzazione e di conseguenza la specializzazione dei ruoli.

Questo non sta a significare che necessariamente si andrà ad instaurare una élite nel caso di gruppi ampi, in quanto si può comunque tenere fluido il sistema di deleghe tramite una ciclica sostituzione e confronti tra delegati e deleganti, ma è inevitabile che in un sistema complesso si crei una stratificazione di strutture organizzative adeguate per mantenerlo in funzione coordinata. Pure ad Atene, città che nei suoi possedimenti comprendeva l’Attica, delle 300’000 persone solo circa 10%-20% poteva partecipare alla vita politica, e comunque nacque l’assemblea legislativa (βουλή) con delegati e il ruolo amministrativo dell’arconte.

In sintesi, i sistemi complessi presentano qualità peculiari solo in virtù di relazioni specifiche delle loro componenti.

Punto uno: Assemblaggio di assemblaggio

Nonostante un assemblaggio possa assumere dimensioni enormi (come una nazione), non dobbiamo scordare che esso è costituito da una miriade di componenti, che possono interagire in modo locale pur facendo parte anche del sistema globale: possiamo ricollegarci al caso del singolo, del gruppo di amici e della multinazionale: il singolo potrà sì essere parte della multinazionale, ma egli farà parte anche del suo gruppo di amici.

Questa affermazione ci può portare a due casi diversi: i due sistemi hanno un elemento in comune (la persona in questione), oppure presentare una compenetrazione di più elementi del gruppo di amici, fino al caso limite nel quale esso è sottoinsieme in modo completo della multinazionale. In generale, possiamo affermare che:

Ogni assemblaggio contiene almeno un sottoassemblaggio e interagisce con gli altri assemblaggi

Cosa significa ciò ? Che entità monolitiche come lo Stato, il Capitalismo, l’Azienda ecc. sono in realtà contenitori di un intenso scambio relazionale tra i sottosistemi che li compongono o che sono solamente contingenti alla loro esistenza: pertanto, possiamo spostare l’ottica dall’entità astratta “Stato” all’insieme di organi effettivamente esistenti (ministeri, burocrazia, magistratura…), non solo con le loro proprietà intrinseche, ma con anche una relazione di composizione con la totalità: ciascuno di tali organi è pertanto possibile ambito di lotta, pertanto permettendo una concezione che faccia vedere davvero le possibilità tattiche che si presentano davanti ad una qualsiasi intenzione pratica.

Una cosa importante è che non si sviluppa una dicotomia micro-macro, bensì c’è una possibilità di orizzontalità, di verticalità e di diagonalità impressionante con tale impostazione, per cui si può scalare la considerazione del sistema in base alle esigenze.

Si tratta di voler creare un cambiamento nel modo in cui è gestita la scuola o università che frequentiamo ? Non è necessario affrontare in modo monolitico la questione, anzi, è paralizzante e tende ad estremizzare un approccio “tutto o nulla” che non solo manca di eleganza ma anche di concretezza ed efficacia. Quello che si apre è uno scenario di molteplici campi di applicazione del potere, che nella sezione delle integrazioni potremo analizzare con la dovuta calma. In ogni caso, si aprono le porte ad una comprensione più accurata possibile di come le persone interagiscono e come si possano sviluppare dinamiche interne inaudite in seno a gruppi più grandi, potendone determinare anche il collasso dall’interno.

Pensando ad esempio ad un gruppo familiare, ad una classe o, per esempio, alla società civile, se c’è un insieme di dinamiche di esclusione reciproca di componenti delle stesse l’interezza del sistema può essere messa a rischio: esso non sarà sicuramente lo stesso rispetto a prima, ma se il sottoassemblaggio escluso, o comunque la relazione non più attuata, erano essenziali al sistema più generale, si può provocare integralmente il collasso di tale sistema, ovvero una disfunzione che ne infrange alcune proprietà per cui esso non solo non è più come prima in senso strettamente ontologico (essendo composto diversamente), ma smetterà di sussistere come tale, senza però pregiudicare necessariamente l’esistenza delle sue componenti.

Questo accadrebbe invece nel caso le componenti necessitano di quel tipo di organizzazione per sopravvivere, come nel caso di un’economia intensamente specializzata come quella attuale, per cui se venisse esclusa la popolazione che si occupa della produzione di pezzi meccanici dal circolo economico esse non solo non potranno sopravvivere con la loro produzione (che, svolta in quel modo, ha senso solo in un sistema che possa supplire alle altre esigenze come cibo ecc.), ma l’economia stessa potrebbe risentire in modo da quasi impercettibile a cruciale: se l’agricoltura, che soddisfa il bisogno primario di cibarsi, smette di avere i pezzi meccanici necessari al funzionamento dei trattori e dei macchinari e non vi è altro modo di coltivare a sufficienza, il sistema stesso collasserà con la morte di tutte le persone in surplus rispetto alla capacità produttiva. Il risultato sarà un nuovo sistema nel caso sopravvivessero alcuni, nessun sistema nel quale il sistema appena crollato fosse stato imprescindibile per l’esistenza delle componenti stesse.

Un altro esempio che possiamo addurre è quello di un’istituzione: se una parte di essa viene messa “fuori uso” per i più vari motivi (sciopero, sabotaggio, terrorismo, carestie), l’interezza dell’istituzione potrebbe smettere di essere funzionale. La cosa interessante è che tale parte non ha nessun signficato se decontestualizzate dal sistema generale dell’istituzione, e anche la totalità è dipendente dalla singolarità componente: tale singolarità è necessaria e necessitante il sistema, necessaria (come tutte le altre componenti cruciali) perché esso abbia determinate caratteristiche; se cambiassero le persone il sistema non cambia proprietà, ma nel caso cambiasse il modo in cui interagiscono gli ambienti del potere e la gestione si potrebbero osservare interessanti cambiamenti che si riflettono sull’assemblaggio complessivo.

In sintesi, possiamo constatare che per ottenere un cambiamento globale non è necessario un approccio globale.

Punto due: assemblaggio e punto critico

Se un sistema conserva determinate proprietà finché alcune sue relazioni costituenti sono applicate, tale sistema cambierà proprietà quando esse non potranno più sussistere, diventando un nuovo sistema

Le proprietà emergenti da un insieme di interazioni, pensiamo ad esempio all’acqua, possono essere influenzate da cambiamenti graduali, ma ci sono dei punti “speciali” per i quali non vale più la regola; l’acqua si comporta in modo perfettamente simile negli intervalli 20°-22°, 44°-46°, 73°-75°, ma nel lasso 99°-101° qualcosa di peculiare accade: il sistema cambia proprietà, e il fluido da liquido si trasforma in vapore. Ma cosa è successo in quell’intervallo di due gradi, in sé perfettamente equivalente agli altri ma, rapportato all’acqua, speciale ?

Ciò che è accaduto è che le relazioni interne del sistema acqua necessitano di un determinato modo di interagire delle particelle che lo costituiscono, e oltre un certo punto tali interazioni non hanno più la proprietà richiesta, in questo caso le molecole non formano più legami a idrogeno; ed è proprio un punto critico che gli accelerazionisti cercano di raggiungere tramite l’accelerazione del progresso materiale (in buona parte tecnologico), in modo da portare il sistema ad un tale tipo di relazioni per le quali esso non possa più funzionare come fa adesso.

D’altro canto, è importante far notare come non si possa conoscere a priori cosa accadrà oltre tale punto, questa soglia (e quello che ne consegue) è puro oggetto di osservazione empirica, e solo in virtù di essa potrà essere conoscibile: coloro che sostengono che un progresso tecnologico estremo porterà al comunismo non possono in realtà arrogarsi tale sapienza, come anche coloro che, dal lato opposto, credono che invece tale progresso porterà ad un post-capitalismo utopico, secondo altri distopico.

Quello che possiamo sapere è come funziona il nostro modo di produzione attuale (pertanto un modo di relazionarsi di componenti e di assemblaggi sociali che porta a determinati comportamenti emergenti) e conoscere le sue tendenze, non quelle di qualcosa che non è mai stato osservato, e qualsiasi speculazione finirà per avere lo stesso valore delle profezie di Nostradamus.

Punto tre: continuità e isteresi

Tramite un insieme di considerazioni, possiamo affermare che:

Un assemblaggio non può cambiare da uno stato all’altro senza continuità

In un assemblaggio sociale non solo c’è l’incapacità fisica di passare improvvisamente da uno stato all’altro, a partire dal fatto che il futuro è condizionato dalle possibilità del presente ed è impossibile compiere “salti”, ma anche perché vi sono fenomeni come la memoria storica e la cultura in generale che frenano i processi di trasformazione, o meglio interagiscono con essi per creare uno stato che sarebbe diverso rispetto allo stato generato da un sistema a “tabula rasa”.

Nella pratica, il solo costruire un insieme di memorie ed esperienze riguardo, ad esempio, il gusto dei ghiaccioli al limone o alla fragola, condizionerà il nostro comportamento la prossima volta che saremo posti davanti alla scelta di uno o dell’altro. Di questo però non parlerò qui sul sito; è importante d’altro canto evidenziare come tale meccanismo sia sfruttato dai media per condizionarci: non ci fosse la memoria (conscia o meno), la pubblicità perderebbe il 95% della sua potenza.

Possiamo considerare pertanto una sorta di effetto “zavorra” di condizionamento del futuro da parte del presente (e del presente da parte del passato): non si può “recidere il passato con un coltello”, parafrasando Nietzsche, pertanto abbiamo modo di assistere ad un fenomeno di isteresi (ὑστέρησις), ritardo, assimilabile ad una sorta di “insistenza del passato sul presente” (Bergson), utile nello studio dei sistemi meccanici e dei fenomeni elettromagnetici, ma strumento interpretativo che riesce a formalizzare l’inerzia culturale di un insieme di persone (che può essere anche dinamica in certe direzioni, non solo statica), pertanto esplicitando e radicando nella realtà le potenzialità che offre il sistema ricordando però che c’è anche il fattore memoria che è tanto culturale quanto strutturale del sistema.

Integrazione zero: Marx come studioso del modo di produzione capitalistico

Se Marx ha un grande merito, esso è probabilmente quello di aver esaminato il modo di produzione capitalistico (pertanto un modo di relazione all’interno dell’assemblaggio economico-sociale) in modo non superficiale. E quello che intendo con superficiale non è uno scontare la conoscenza guadagnata da altri (Adam Smith, criticato in primis da Marx), ma semplicemente categorizzare lo studio dell’economia, e più in generale del mondo capitalistico, soltanto dal punto di vista delle proprietà emergenti: non ho intenzione di mettere in dubbio se quello che Smith ha detto è più o meno vero di quello che diceva Keynes, o Hayek, quello che però si può dire di tutti e tre è che essi consideravano la società per come appare, e non per come è.

E di nuovo, per come appare non significa che il modo di produzione capitalistico non sia effettivamente così, ma semplicemente che c’è qualcosa “al di là” che offre delle prospettive critiche e di cambiamento, non giustificatrici e naturalizzanti come quelle ideologiche. Dobbiamo infatti tener conto che la parvenza è oggettiva secondo Marx stesso, e pertanto non solo interessante da studiare, ma addirittura il punto della partenza della disamina marxiana della ricostruzione a posteriori dei suoi presupposti.

Quanto eseguito da Marx è una magistrale analisi della logica interna del capitalismo per trovarne i suoi presupposti tramite il mondo reale e le reificate categorie di “merce”, “valore”, “lavoro” ecc; tali categorie feticistiche sono sì proprietà del sistema (e per questo sono oggettive, hanno effettivamente potere sul suo sviluppo), ma sono inessenziali ontologicamente, e l’ideologia è esattamente frutto dell’illusione che tali categorie logiche siano assolute e ascrivibili a qualsiasi altra epoca (ricordo le cosiddette “robinsonate” di Adam Smith che trasportava la categoria di merce nelle società primitive).

Ora, la penetrazione oltre il “velo di Maya” ideologico, l’esposizione dell'”essenza dietro il fenomeno”, assume un ruolo molto importante nella critica dell’economia politica in quanto la de-assolutizza e permette anche solo concettualmente di far intravedere uno stato di cose diverso. Non solo, c’è anche il progetto di grande importanza di ricerca della logica interna del modo di produzione capitalistico non solo al fine di capirlo nel bene e nel male, ma anche di trovare le sue tendenze immanenti, intrinseche nel suo stesso modo di essere che possono aprire “linee di fuga” deleuziane, punti di rottura e di apertura oltre i quali c’è possibilità di Altro.

Ad esempio, la considerazione della funzione regolatrice necessaria al capitalista per gestire il lavoro del proletariato evidenzia una forza virtuale, reale ma non esplicita in un determinato modo, un’esigenza che spingerà nella direzione del controllo capitalistico più o meno esplicito, di cui Michel Foucault se ne è occupato in modo interessante (anche se lato) in Sorvegliare e Punire.

In questo senso, Marx è un’integrazione fondamentale per capire il capitalismo, anche se nel nostro caso egli si offre sì a studioso dei fenomeni emergenti capitalistici (e con un ottimo approccio non ha mai preteso di parlare di una società comunistica futura in quanto essa non sarebbe prevedibile), ma ha d’altro canto anche un altro lato che è quello di critica al capitalismo; esegue quindi una “critique” à-là-Kant integrata ad un “criticism” di come il capitalismo gli sembri negativo per l’uomo, ma ho già parlato di questo nel mio articolo su Critica e Prassi.

La funzione dell’opera di Marx in questa ottica (anche se bisogna ricordare i suoi immensi meriti in tanti altri campi) è quella di offrirci pertanto un’analisi delle tendenze e delle forze a lungo termine del modo di produzione capitalistico, a prescindere dalla sua attualizzazione in democrazia liberale, fascismo o socialismo di stato (si ricorda che il modo di produzione è determinato non da chi c’è da un lato e chi dall’altro, ma da un modo di relazionarsi; in ogni caso, lascio questo elemento come spunto): Marx si presta ad un ruolo strategico, e il vano tentativo di “tatticizzarlo” fallisce a comprendere come l’autore volesse capire i meccanismi propri di tale modo di produrre, non la fabbrica di Northwestern Abbey o della Ruhr, per cui egli non ha studiato il “capitalismo costituzional-liberale inglese”, né il “capitalismo monarco-mercantilistico italiano”, ma quanto è loro sottostante.

Con la sua opera è per esempio possibile conoscere l’esistenza di una tendenza ciclica alla crisi del modo di produzione, a dei “reset” produttivi che costituiscono possibilmente dei punti deboli delle relazioni capitalstiche, su cui pertanto articolare una strategia.

Per fare un paragone con Deleuze, Marx non studia l'”attuale”, bensì l’insieme di forze “virtuali”, le tendenze che portano poi, nella loro collimazione tra loro e il momento storico (materialmente e culturalmente), alla concretizzazione di un modo di gestire i mezzi di produzione piuttosto che un altro.

Integrazione uno: Michel Foucault e la relazione di potere

La teoria degli assemblaggi offre inoltre una sponda fortissima ad un altro autore che si può considerare fondamentale nell’analisi della società: la scomposizione della monoliticità dello Stato in molti piccoli sistemi è uno dei più grandi meriti di Foucault, che ha saputo individuare come il potere venga gestito in modo capillare tramite una regolazione delle più piccole azioni del quotidiano.

Lo spunto prezioso che la sua opera ci può offrire in relazione all’impianto che abbiamo scelto in questo articolo è, curiosamente, collegabile a Marx, in quanto tramite la scomposizione di organi monolitici come Stato, Azienda ecc. possiamo accorgerci di come essi in realtà siano molto più frammentati di quanto sembri e, riprendendo quanto evidenziato nel Punto Uno, possiamo applicare la nozione di scomponibilità per articolare meglio azioni del più vario genere, siano esse radicali o riformiste.

La lotta di classe nel luogo di lavoro Marx l’aveva già intravisto, ma Foucault vi si è concentrato evidenziando il ruolo che ha la formazione di un determinato ambiente e routine nello svolgimento dell’attività lavorativa e la conseguente influenza, in una sorta di circolo nel quale una relazione di potere permette al capo fabbrica, prigione o ospedale di imporre (o di influire sulla decisione in tal senso) determinate modalità che plasmano la percezione  e pertanto il comportamento. Se però si potrebbe pensare che fatto ciò è tutto finito, e l’uomo subisce ed è in un certo senso “soffocato” dalla realtà che gli sta intorno, possiamo aprire spunti molto interessanti con la teoria degli assemblaggi.

L’uomo alienato, senza controllo sulla sua vita, reificato, non è così, bensì sta così, è inserito in un insieme di relazioni che ne impediscono l’espressione di potere e di volontà ma da cui si può emancipare cambiando il modo di interazione, i circuiti alla base dell’assemblaggio di cui fa parte per poter godere di proprietà diverse che lo possano soddisfare.

Un altro spunto che ci viene fornito è come non ci si debba per forza lanciare contro l’interezza dell’organizzazione, ma la si può corrodere dall’interno attaccandone i gangli vitali per farli comportare in modo diverso e provocare il collasso del sistema: questa combinazione del punto uno e del punto due è fondamentale per una tattica di cambiamento decisamente più concreta e razionale rispetto al monolitismo che si tende invece a considerare a sinistra.

E proprio di questo si tratta: l’impostazione foucaultiana è tattica, in quanto analizza il qui e ora, attualizzazione contingente di quella tendenza più profonda che Marx si è impegnato a capire.

Conclusioni e considerazioni

In virtù di quanto abbiamo sperimentato a fare in questo articolo, possiamo dire che la teoria degli assemblaggi può rivelarsi estremamente utile nella comprensione in generale di come funziona un sistema sociale, indipendentemente dalla dimensione di tale sistema in quanto l’assemblaggio è scalabile.

Si aprono però alcune questioni importanti: essendo comprensivo di una enorme complessità, il metodo analitico degli assemblaggi può perdere di vista e spezzettare i soggetti rivoluzionari che invece Marx tende a dicotomizzare, articolandoli rispetto al possesso dei mezzi di produzione. Da un lato perciò abbiamo una teoria generale, polarizzante, quasi metafisica, che si articola in funzione degli antagonismi interni e ne comprende le dinamiche; dall’altro una teoria scalabile, relazionale, più “asciuttamente pratica”, che si occupa delle proprietà di un determinato sistema e della loro interazione con i sottoassemblaggi presenti.

Quanto ci si pone davanti non è una dicotomia, o questo o quello, per il semplice fatto che la prima impostazione è uno studio più metafisico-logico del sistema, mentre la seconda è più logico-tattica, utile in quanto scompone e pertanto considera la totalità della situazione concreta di un soggetto, a differenza della prima che invece tende a permettere la considerazione non della totalità del soggetto ma il soggetto nella totalità, un asse trasversale a tanti diversi “elementi” per considerarli non tanto con chi si relazionano, ma le conseguenze del modo di relazionarsi.

Dichiarare conclusa la questione sarebbe estremamente affrettato e precoce, ma d’altro canto trovo che, perlomeno intuitivamente, anche a questo stadio è possibile integrare e far convergere l’impianto dialettico e quello assemblistico in modo da comprendere la realtà sotto diversi aspetti.

Per adesso è comunque, in modo più oggettivo, opportuno prendere atto della coesistenza di tali teorie, e considerare come articolarle potrebbe portare ad una fecondità di azione decisamente innovativa rispetto al passato; la ricerca, d’altro canto, continua…