Il razzismo è un problema evidente della società contemporanea (a livello più o meno globale), sia per il fattore discriminatorio reale sia per la potenza simbolica che riveste nei movimenti populisti; data l’importanza di tale fenomeno, si rivela necessario poter elaborare un discorso che si possa integrare in un’analisi di classe e delle dinamiche del capitalismo, creando una considerazione più sistematica della questione. Per questo motivo, in questo articolo vorrei soffermarmi sulla discriminazione razziale.

I soggetti di questo articolo saranno degli esempi, dei modelli, ma quello che ci interessa realmente è il metodo sviluppato per analizzare la situazione; pertanto, soffermarmi sulla situazione dei meridionali al Nord non è altro che la porta d’ingresso per un’analisi più generale dei fenomeni migratori e della natura di classe del razzismo.

Gli svantaggiati

Vorrei partire dalla discriminazione “verso il basso” delle popolazioni di origine africana e del Sud Italia in quanto il discorso dell’antisemitismo è diverso e più complesso, e richiede delle meccaniche che sono più semplici da spiegare e sviluppare dopo averle usate per analizzare un’altra situazione.

Capita spesso vedere una persona presa di mira perché diversa, ma nel caso di neri e di originari del Sud la questione diventa sistematica: spesso viene preso in giro l’accento, il modo di fare, la cultura, l’essere stesso di una persona.

Il motivo per cui al giorno d’oggi c’è grande discriminazione verso neri e mediterranei è fortemente legata ai ruoli che spesso assumono nell’economia e nella società: entrambi sono spessissimo sinonimi di ceti disagiati o male integrati, per i quali vengono di conseguenza visti come parassitari e  criminali. Le ragioni dietro questa posizione sociale sono tante, tra cui principalmente il fatto che il motivo dell’emigrazione in zone lontane e particolarmente agiate è dettato proprio dalla necessità materiale di una vita migliore, andando perciò in zone dove si possa stare meglio che nei posti d’origine.

Questo vale sia per gli africani che per i meridionali, in quanto in Africa ci sono non solo guerre e carestie, ma anche crisi economiche, corruzione, arretratezza e chiusura mentale, mentre al Sud c’è un elevatissimo tasso di disoccupazione (dovuto anche al lavoro in nero che falsa le statistiche, ma quello è un discorso che affronteremo) e anche lì sono presenti la corruzione, la mafia e il clientelismo. Emigrare diventa perciò un ottimo modo per avere l’occasione di migliorare le proprie condizioni socio-economiche (come accadde anche con gli Italiani che emigrarono in America).

Inserire però degli individui economicamente poco abbienti e culturalmente diversi pone delle grandi problematiche, in quanto l’occasione di stare meglio non significa necessariamente una scalata sociale di successo; i punti che vorrei trattare sono due, e riguardano proprio il fattore economico e il fattore culturale.

  • Fattore economico: povero resta povero, ma viene anche disprezzato

Una conseguenza inevitabile di un posizionamento economico basso (per adesso teniamo fuori le questioni di classe), è l’accontentarsi di svolgere dei lavori sottopagati e socialmente considerati come “umili”.

Le persone in condizioni difficili, inoltre, potrebbero anche appellarsi a metodi illegali di procurarsi denaro (spaccio, prostituzione, mafia…) in quanto la disponibilità reale di lavoro non corrisponde sempre a quanto previsto, si è socialmente emarginati o si ha letteralmente l’impossibilità legale di avere un impiego, come nel caso degli immigrati africani che spesso non hanno documenti. Queste due “nuove sistemazioni” spesso non fanno altro che impedire la scalata sociale, anzi la rendono impossibile: quando si è sfruttati, quando si è illegali, quando si è impossibilitati a vivere una vita degna, non è per niente facile emanciparsi socioeconomicamente.

Fare qualsiasi grande acquisto infatti è estremamente difficile se l’impiego è instabile o sottopagato o socialmente degradante (per non parlare di illegale), in quanto le banche vogliono elargire prestiti sostanziosi solamente alle persone con una certa solidità occupazionale e sociale. Far prestare dei soldi ad un senzatetto, a uno che domani potrebbe non lavorare più o ad uno che non riuscirebbe a ripagare il debito è impossibile. Al contempo, una persona che sia in una situazione economica traballante è difficile che riesca anche solamente a mettere soldi da parte (tendenzialmente mangiati dagli interessi dei prestiti, affitti ecc.), che sommati alla grande difficoltà di ottenere prestiti fa rimanere l’assetto nella zona grigia di insicurezza.

Questo circolo vizioso è molto semplice da schematizzare usando la notazione marxiana che descrive il capitalismo: D – M – D’, ovvero Denaro iniziale –> Merce –> Denaro iniziale + guadagno.

Assente il denaro iniziale (che chiaramente deve essere un extra a quello che viene speso per la sopravvivenza dell’individuo), è pertanto impossibile ottenere guadagno, cosa che determina il circolo vizioso della povertà.

La conseguenza non è solamente economica: nel caso del lavoro socialmente umile porta disprezzo da parte delle persone più “agiate” (solitamente locali), mentre nel caso dell’illegalismo è ancora peggio; la demarcazione sociale prende una forma sempre più delineata più una persona rimane nel ciclo dell’emarginazione, tanto che si finisce spesso per associare le persone socioeconomicamente disagiate ai gruppi di cui fanno parte, anche grazie ad un fattore molto importante: la cultura.

  • Fattore culturale: è diverso, rimane diverso

Più diversa è la cultura di una persona, più è difficile entrare nei meccanismi di una società che ragiona diversamente. La differenza nei comportamenti, negli usi, persino nell’accento e nel colore della pelle possono essere determinante per creare delle stratificazioni culturali che, sommate a quelle economiche, genera degli strati sociali a sé stanti. Inizialmente il fenomeno del razzismo è legato al semplice fattore di diversità “in ingresso”, ovvero nel senso concreto “discriminare i neri perché son neri”, ma la situazione non può far altro che degenerare se lasciata a sé.

A causa dell’isolamento determinato dalla condizione socioeconomica delle persone disagiate, la tendenza sarà inevitabilmente quella di:

Aggregazione di culture simili – Sia a causa di una affinità culturale di partenza, sia a causa del contatto con altre persone dello stesso rango socioeconomico (probabilmente anch’esse esterne), sia per l’emarginazione viziosa da parte della popolazione locale per motivi sociali, economici e culturali, lo “straniero” in senso ampio sarà fortemente sospinto a legarsi ad altre persone in una condizione simile alla sua. Questo, di conseguenza, non farà altro che intensificare l’alienazione culturale dalla società, creando un substrato di cultura diverso, e potenzialmente anche opposto, alla società che non lo ha accettato.

Creazione di extracultura – Essendo fortemente improntata da un gruppo di persone dal rango socioeconomico “mal visto” e da culture differenti da quella locale, l’extracultura (neologismo che vorrei utilizzare per indicare una cultura non “locale”, caratteristica di un particolare gruppo sociale derivante dall’esterno, in questo caso marxianamente una sottoclasse del proletariato) non potrà essere altro che una sintesi di culture originarie e di risposta ai valori della cultura locale. Tale extracultura non farà altro che autoalimentarsi e autorafforzarsi a causa della sempre maggiore lontananza dal sistema di norme e moralità della topocultura (ovvero la cultura locale). La devianza di valori, mischiata a situazioni di disagio socioeconomico, farà da carburante per la nascita di una lotta intestina in seno alla società.

Conflitto – La povertà, la tendenza agli illegalismi, l’instabilità e la nascita di un sistema culturale in opposizione a quello localmente vigente difficilmente non culminerà in una vera e propria lotta sociale: il gruppo estraneo lotta non solo contro l’alienazione economica e sociale, ma anche contro quella culturale, come la società locale lotterà per sopprimere il moto conflittuale o si schiererà apertamente in conflitto con gli stranieri, ormai “incalliti”. L’attribuzione del ruolo di “capro espiatorio” è ormai inevitabile, e la riconciliazione quasi impossibile.

Le conseguenze

Quando cominciano a presentarsi illegalismi, situazioni particolarmente disagiate e persino conflitti, la società locale prende dei provvedimenti per cercare di ristabilire la normalità. Prendere la questione per i capelli cercando di reprimere i sintomi della malattia, lasciandone intatte le cause profonde, non farà altro che intensificarle: rispondere alle conseguenze dell’emarginazione sociale con ancora più emarginazione non può far altro che radicalizzare le persone già presenti in quella situazione, anche se portare all’estremo questo meccanismo può aiutare a creare un illegalismo “strumentale” alle classi superiori, che possono sfruttare tali movimenti estremisti non solo come deterrente per le persone normali dall’associarsi a determinate lotte (delle Brigate Rosse costruite ad hoc, per intenderci), ma anche come illegalismo controllato perché costruito intenzionalmente.

Tale manovra non è nemmeno troppo rischiosa per la classe dirigente, in quanto essendo la base sociale dei movimenti di emancipazione spesso ridotta (come gli immigrati clandestini in Italia, o le persone meridionali al Nord) non si può emulare una situazione come quella della Rivoluzione Francese, dove il disagio era generale e le conseguenze riuscirono a scuotere l’ordinamento politico dalle fondamenta. È difficile anche che tali movimenti vengano supportati da locali (nel nostro caso Italiani), proprio a causa della diversità socioeconomica e culturale che li ha fatti deviare inizialmente.

Non si viene certo aiutati a riconciliarsi dall’accanimento che va a radicarsi culturalmente in ciascuno dei gruppi, in opposizione all’altro. La meccanica del capro espiatorio è una delle più classiche, per le quali le colpe delle situazioni problematiche all’interno della società vengono scaricate sul gruppo estraneo, anche nei casi non abbia niente a che fare con il problema. Questo è fondamentale per strumentalizzare il conflitto al fine di portare avanti un programma politico, che potrebbe godere di un rafforzamento costante se sufficientemente abile a gestire le dinamiche sociali che, come abbiamo dimostrato sopra, possono portare all’autorafforzamento del problema e di conseguenza ad un autorafforzamento del consenso per una soluzione.

Chi è capace di cavalcare tali onde ha un significativo punto sul quale incerniare il proprio programma politico con successo, considerata anche la semplicità (operativa e ideologica) con la quale si può fare lo scaricabarile (specialmente in rapporto alla difficoltà di una risposta “potabile” e salda), e l’efficienza politica di tale meccanica. Questo lo si può collegare in modo significativo anche all’associazione di un determinato status socioeconomico e culturale a individui che fanno parte delle etnie o hanno una cultura dello stesso tipo dei gruppi problematici, portando ad uno stadio superiore di discriminazione generalizzata che va oltre il “discriminare i neri perché son neri”, arrivando a “discriminare i neri perché i neri sono criminali / cattivi / inferiori”, con un grado crescente di gravità più viene interiorizzata la colpa nella natura (percepita) del gruppo in sé.

Le cause del razzismo

Come ho già anticipato nell’introduzione, le cause dell’emigrazione delle persone sono legate in modo preponderante a condizioni di malessere economico, sociale ecc. e alla speranza di trovare migliori occasioni altrove.

Una tale visione chiaramente è limitata, e vale la pena espanderla un po’ non al fine di integrare un discorso molto più ampio nell’articolo (di cui però questa discussione fa assolutamente parte), quanto di ottenere qualche conclusione da aggiungere alle valutazioni da fare sulla teoria della crisi.

Senza entrare troppo nel dettaglio, la sistematica esistenza di ceti svantaggiati è peculiare del capitalismo, sia per sua natura economica sia per le sue conseguenze: il colonialismo nel 1800 e il neo-colonialismo delle multinazionali nel 1900-2000, sono manifestazioni concrete delle necessità capitalistiche di espandere il mercato nel primo caso e nel secondo di abbassare i costi di produzione, per aumentare di conseguenza i guadagni. Lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e umane causa naturalmente il disagio economico e sociale alla base dell’emigrazione, ma se la questione fosse così semplice potremmo fermarci anche qui. La questione invece abbraccia anche la sfera politica, in quanto spessisimo gli Stati che hanno interessi nel mantenere lo sfruttamento da parte di determinate corporazioni (oltre alle corporazioni stesse) intervengono anche dal punto di vista politico, compiendo colpi di Stato, corrompendo funzionari e più in generale andando ad interferire con il funzionamento genuino delle istituzioni.

Questo ulteriore intervento è potenzialmente la goccia che fa traboccare il vaso dell’emigrazione: se la situazione nei paesi d’origine infatti fosse risolvibile, è molto probabile che la quantità di persone disposte ad emigrare sarebbe molto minore, data anche la pericolosità del viaggio e la privazione emotiva dell’abbandono delle proprie terre, che in quel caso sarebbero prezzi troppo alti da pagare a fronte di una possibilità di risoluzione a casa. Invece l’imposizione dall’alto di governi, politiche economiche e via discorrendo non solo causa sfiducia in un apparato istituzionale, ma causa anche guerre civili tra cittadini intenzionati a difendersi dallo sfruttamento e le milizie pagate dalle multinazionali o dagli stati nei quali esse hanno potere. Citare il Burkina Faso sarebbe uno dei tantissimi esempi di questo funzionamento.

Ora, le cause più profonde di questi comportamenti sono legati intimamente a come il capitalismo funziona e pertanto si può ascrivere ad esso, in quanto la ricerca del profitto è l’obiettivo, e la riduzione dei costi di produzione è uno dei principali mezzi. I capitalisti hanno l’esigenza di delocalizzare la produzione il più possibile, e se lo fanno alle loro condizioni tanto meglio per i loro interessi. La questione non si ferma soltanto qua: i cambiamenti climatici tanto minacciati che qui vengono scartati ed ignorati hanno ripercussioni molto gravi proprio nei paesi più poveri, basati su un’agricoltura arretrata e che spesso coincidono geograficamente con le zone che più subiscono tali cambiamenti, causati da un consumo irresponsabile (ma necessario al sistema economico) di risorse.

Il consumismo è una delle meccaniche fondamentali del capitalismo moderno, e possiamo spiegarlo con l’esigenza del capitalismo industriale e dei servizi di continuare a guadagnare tramite la vendita di prodotti, la cui utilità spesso è dubbia e il cui bisogno è spesso indotto da pubblicità e da tante altre cose che avremo modo di approfondire in altra sede. L’importante, per adesso, è che il consumismo è la nemesi dell’utilizzo più efficiente e duraturo di un prodotto, in quanto si basa sull’usa e getta, sull’estrai e butta. Questo modello economico, figlio prediletto del capitalismo, è in urlante antitesi con quanto sostenibile dal nostro pianeta senza gravi conseguenze non solo per l’ambiente, che ci può sembrare “astratto” e lontano, ma anche sull’economia e sulla società stessa, a partire dalle problematiche sorte da alluvioni e secche, ma anche dall’emigrazione di persone da zone devastate dalla desertificazione, che sta avvendendo per motivi climatici (causati dal consumismo –> di conseguenza dal capitalismo) e di sfruttamento eccessivo delle risorse da parte di multinazionali irresponsabili e menefreghiste di qualsiasi cosa che non sia il loro profitto (elemento caratterizzante del capitalismo).

Il capitalismo pertanto causa le emigrazioni di massa da parte delle zone più povere, in quanto non solo rende economicamente, socialmente e politicamente invivibili tali aree, ma anche perché le devasta dal punto di vista ambientale. Il disegno però non è ancora completo, manca l’ultimo pezzo: il mercato del lavoro.

La regola fondamentale che gli emigrati seguono è infatti quella del mercato del lavoro: più c’è lavoro e possibilità di scalata sociale, più emigranti si dirigeranno verso quella nazione.

Osservando da vicino questo funzionamento possiamo accorgerci che, una volta che “troppi” emigrati si accumulano in una zona, la stessa può “perdere” la sua funzione di vantaggiosità del lavoro per la semplice legge della domanda e dell’offerta, in questo caso applicata al lavoro e la cui offerta aumenta in modo importante: si abbassa il prezzo a cui si vende il lavoro. Ciò fa perdere attrattiva per un periodo più o meno breve, perché i capitalisti possono approfittare della lotta intestina tra lavoratori e della loro corsa al ribasso per manodopera a basso costo; uno dei tanti esempi che dimostrano come nel capitalismo si cresca solo alle spalle dello sfruttamento. Il surplus di offerta di lavoro è un gravissimo problema, specialmente perché nella competizione tra proletari si va ad inserire anche l’elemento di conflitto sociale, economico e culturale che va a delinearsi come abbiamo descritto prima: si da perciò il via a meccanismi di emarginazione, sfruttamento e di discriminazione.

La creazione di nuclei in conflitto nella classe del proletariato è un bel problema, e ora lo tratterò insieme ad altre importanti conseguenze nell’ultima parte di questa sezione: l’applicazione delle conclusioni alla teoria della crisi.

Un riassunto

Con 2600 parole alle nostre spalle, è importante fare il punto della situazione prima di proseguire con la seconda sezione.

Situazioni di disagio economico, sociale, culturale, politico e ambientale portano determinati strati della popolazione (generalmente quelli più bassi) ad emigrare verso luoghi dove potrebbero migliorare la loro condizione, a causa dei frequenti giochi di potere e sfruttamento nelle loro terre natali che rendono improbabile trovare soluzioni.  Essendo già di classe socioeconomica bassa nel paese d’origine, è inevitabile che l’emigrante si troverà in una situazione sociale ancora peggiore nel paese d’arrivo: questo fattore, a causa delle meccaniche intrinseche del capitalismo, trascina l’immigrato in un circolo vizioso che gli renderà estremamente difficile la sperata emancipazione a causa di sfruttamento, instabilità, e talvolta illegalismo.

Il fattore economico e sociale del lavoro instabile, sfruttante e talvolta illegale, unito alla imprescindibile influenza di una differenza culturale, porterà ad una certa polarizzazione tra immigrato e popolazione locale, a partire dal primo momento nel quale l’immigrato è visto come estraneo, per arrivare all’estremizzazione della situazione. Appena inserito nel nuovo contesto, l’immigrato verrà emarginato leggermente a causa della differenza culturale, cosa che lo accomunerà al resto dei lavoratori immigrati che, per motivi di posizionamento sociale, economico e culturale, si troveranno ad interagire spesso con altri individui in tali condizioni.

Questo determina a lungo andare un circolo autorafforzante che, causa l’allontanamento progressivo dalla topocultura, genera la nascita di una extracultura. Extracultura nata in opposizione alla topocultura, sia a causa di disagi socioeconomici, sia per diversità sempre più profonde di valori, di norme e di comportamenti. La polarizzazione indotta nella società diventa perciò crescentemente maggiore, tanto che superata una determinata soglia si arriva ad un conflitto sociale vero e proprio.

Nell’evolvere di queste tensioni si può osservare una progressiva interiorizzazione delle colpe dei singoli nel gruppo sociale di cui fanno parte, specialmente etnie, culture e strati socioeconomici, anche attraverso la funzione di capri espiatori. Tale ruolo è facilmente sfruttabile per un facile aumento dei consensi di qualsiasi partito abbia interesse a cavalcare l’onda delle lotte sociali, che in questo caso sono specialmente tra poveri, diventando uno strumento ottimale per la classe capitalista per creare divisioni nel proletariato e di conseguenza poter mantenere saldo il potere già posseduto e acquisirne ulteriore tramite i meccanismi di controllo, di sorveglianza, la creazione di leggi ad hoc e così via.

I meccanismi di repressione, inoltre, possono essere utilizzati in maniera calibrata per creare dei gruppi estremisti e violenti che faranno dissociare i più moderati dalla causa che viene combattuta, e dare un’immagine negativa del movimento di emancipazione.

Ora, come possiamo contestualizzare questi avvenimenti in una teoria della lotta di classe che possa aiutare i movimenti di sinistra piuttosto che fornire scuse ai movimenti di destra di applicare politiche fasciste ?

Integrazioni alla teoria della lotta di classe

Per elaborare una teoria della lotta di classe utile è necessario non solo considerare le procedure da utilizzare, ma anche il contesto temporale e sociale nel quale inserirle, in quanto la tempistica è fondamentale per elaborare l’approccio. Partirò dalla fase più repressiva, ovvero quella finale, per risalire fino a quella iniziale. I titoli di ciascuna sezione saranno “contro:” la dinamica che andrebbe a svilupparsi se non ci fosse stato nessun intervento.

Momento terminale: contro la repressione

Nell’ultima fase, lo Stato ha ormai creato strumenti di repressione, si sono diffusi meccanismi di responsabilizzazione e internalizzazione nel gruppo etnico dei disagi causati dalla sua interazione incontrollata e polarizzante con la società locale, la maggior parte delle persone identifica la causa dei problemi nel gruppo estraneo in sé e si procede ad una repressione/eliminazione dello stesso, in modo da “eliminare” la causa dei problemi di criminalità, degrado eccetera, cosa naturalmente non vera ma percepita come tale.

A causa di queste dinamiche, è molto probabile che si sia sviluppato un conflitto nei confronti della società locale anche da parte delle comunità di immigrati, tanto che l’ingresso in spirali di violenza è non solo probabile, ma quasi inevitabile in situazioni di tensione. La repressione e l’alienazione portano ad un’esasperazione della miseria economica, dell’emarginazione sociale e dell’infervorazione culturale, tanto che (in risposta all’avversità della società locale e al contempo causandola), si possono sviluppare dinamiche di identitarismo culturale, da unire all’illegalismo spinto nel quale il gruppo è stato sospinto per la miseria e l’emarginazione, che insieme formano la ricetta per gruppi terroristici.

È anche da considerare che la coscienza di classe in queste situazioni viene annebbiata completamente dalla macchina della propaganda della destra e dalla responsabilizzazione degli stranieri come causa dei problemi nella società, facendo entrare nell’ombra il reale conflitto di classe coi capitalisti, che perciò hanno tutti gli interessi a far governare la destra (fascista e non). È particolarmente grave il fatto che siano proprio i proletari a schierarsi contro le minoranze, in quanto mettono a rischio i loro posti di lavoro, minacciano la “purezza della loro cultura” (ottica nata proprio dall’identitarismo topoculturale) e sono nuclei mobili di criminalità. Talvolta possono nascere sentimenti di empatia per le condizioni disperate degli stranieri, ma in ogni caso i movimenti a loro difesa sarebbero poco diffusi e probabilmente investiti al più presto da controproteste, repressione ed emarginazione da parte della base ben più ampia base di consensi discriminatoria, se non persino illegali. Pertanto, anche le attività a sostegno degli immigrati saranno spinte verso la clandestinità, o comunque verso un profilo basso. Se gli stranieri sono molti il confronto sarà combattuto e lo Stato potrebbe usare strumenti estremi come la polizia o l’esercito per sopprimere qualsiasi resistenza.

Momento intermedio: contro la destra crescente e lo sfruttamento

Nella fase intermedia si sta creando una extracultura tra gli immigrati, diversa ma ancora non in opposizione aperta con la topocultura, e le loro condizioni socioeconomiche (seppur svantaggiate) non sono ancora tali da confinarli inevitabilmente nel degrado totale e nell’illegalità, anche se la tendenza comincia ad essere quella.

Il clima nei confronti degli immigrati comincia a diventare teso e sono ancora deboli i meccanismi (o non molto diffusi, perlomeno) di discriminazione e di responsabilizzazione del gruppo etnicosociale del quale fanno parte. È questo il momento storico nel quale ci troviamo oggi, con una lieve ma presente antipatia nei confronti degli immigrati, e colpevolizzazione per criminalità, degrado e disoccupazione.

In questo momento però è possibile associarsi agli immigrati, in quanto l’alienazione sociale e culturale degli extracomunitari dalla società locale non è ancora completa, e le loro condizioni socioeconomiche gli permettono ancora di unirsi a dei sindacati, oltre alle esigenze derivanti dallo sfruttamento che accade spesso delle persone in difficoltà economiche. La fase è ancora buona per integrare gli stranieri, ed è fondamentale in questo un’attivismo dei sindacati: organizzazioni di lavoratori con una certa coscienza di classe che riconoscono il ruolo di proletari negli immigrati, e non si lasciano abbindolare dalla propaganda capitalista che fa tendere alla collaborazione di classe contro gli stranieri piuttosto che alla realmente necessaria lotta del proletariato contro il capitale.

Il fatto che gli immigrati abbiano cominciato a sviluppare una extracultura che ha delle amarezze nei confronti della società deve essere compreso sapientemente per riuscire a dirigere le dissonanze nei confronti del capitalismo che li sfrutta, e non della società che li rifiuta: un segnale di avvicinamento a queste comunità che si trovano escluse infatti è l’attenzione stessa del sindacato nei loro confronti, il che fa diventare il sindacato anche una specie di interfaccia degli stranieri verso la realtà. La cosa positiva di questa fase infatti è che la dissonanza dell’extracultura con la topocultura è ancora limitata, e non ci sono “blocchi” da entrambe le parti che impediscano delle interazioni benefiche, bensì dei leggeri rancori e diffidenze che possono rivelarsi fondamentali, se accuratamente gestiti, per uno sforzo comune da parte dei lavoratori. La condizione socioeconomica dei lavoratori immigrati è particolarmente adatta per avere rapidamente tanti attivisti nel sindacato, in tempi brevi.

Il fatto che la devianza sociale e culturale degli extracomunitari non sia ancora completa permette inoltre di potersi associare ai loro gruppi senza sembrare “nemici della nazione”, della sicurezza o della cultura, cosa fondamentale per evitare di escludere i movimenti di sinistra dalle persone, che in risposta si sarebbero spostati a destra se la differenza tra topocultura ed extracultura fosse stata ampia.

Momento iniziale: contro l’esclusione

Appena arrivati, gli immigrati non hanno se non il minimo indispensabile di mezzi economici, legali e linguistici per potersi adattare alla società nella quale sono capitati. Non hanno creato una extracultura, in quanto ancora freschi di viaggio, e hanno solamente le loro esperienze e una certa apertura mentale nei confronti della società locale, locosocietà, che a sua volta non ha troppa avversione nei loro confronti ed è semplicemente un po’ diffidente in quanto elementi estranei, di cui non si sa molto.

Se vengono dati gli strumenti economici, linguistici e sociali di base gli immigrati piano piano saranno meno estranei (e, se possibile, si integreranno) alla locosocietà, e verranno assimilati in essa dando anche loro un contributo alla cultura, all’economia e costruendo la loro nicchia sociale, non chiusa e permeabile a influenze esterne.

La tensione tra di essi e tra la topocultura è quasi nulla, e se viene creato un sistema di integrazione ben fatto esse verranno annullate e, anzi, verrà costruito un legame di cooperazione. Ciò significa anche delle spinte meno forti alla lotta di classe, che comunque potranno essere incanalate dai sindacati.

Conclusioni e valutazioni

Tiriamo le fila della prima sezione della nostra analisi del razzismo.

Abbiamo osservato le ragioni per l’emigrazione, le cause del razzismo, le sue conseguenze e infine delle applicazioni di queste conoscenze alla teoria della lotta di classe, riguardo gli immigrati “svantaggiati”.

Possiamo valutare che, se integrati, gli immigrati economici/politici sono delle preziose aggiunte al proletariato, in quanto non solo vanno a riempire gli impieghi più “umili” (che comunque sono necessari), arricchiscono la topocultura, educano alla tolleranza e stimolano l’internazionalismo.

Se, invece, subiscono un moderato grado di emarginazione, è possibile redirigere il loro disagio economico e sociale a favore delle lotte sindacali, pur con il rischio di dover combattere una destra più forte e più “internalizzata” nella topocultura.

Nel caso si arrivi ad una repressione vera e propria perché la situazione è stata lasciata a sé, l’estremismo della locosocietà da una parte e quello degli extracomunitari dall’altra renderanno quasi impossibile qualsiasi sfruttamento da parte della sinistra del fenomeno migratorio, e anzi sarà anche una sconfitta della sinistra che non è riuscita a manovrare strategicamente i moti che le sono stati offerti, specialmente in quanto essi sono come una scommessa: o li usi, e riesci a rafforzarti, o non li usi, e ti indebolisci mentre la destra trionfa e dilaga.

Considerando un programma rivoluzionario che colleghi sia delle conquiste “temporanee” (conquistabili con una riforma dello Stato liberale) e delle conquiste “permanenti” (ovvero la rivoluzione), l’integrazione potrebbe funzionare per spingere sulle riforme, mentre la sindacalizzazione sarebbe utile ad un fine più rivoluzionario. Essendo al giorno d’oggi nella seconda fase del percorso di alienazione dei migranti, possiamo sfruttare la situazione a nostro vantaggio per radicarli, cosa che sindacati come l’Unione Sindacale di Base e la CGIL stanno già facendo. Nel caso italiano però, dobbiamo anche fare i conti con delle associazioni mafiose, con una stagnazione economica e con una storia di recenti fascismi che non può essere ignorata.

In questa situazione, personalmente, prenderei una posizione moderatamente accelerazionista, per lo stesso motivo per cui il proletariato si muove se sta male, non se sta bene: certo bisogna essere accurati con le tempistiche e le situazioni, perché altrimenti si rischia di infognarsi troppo nel profondo, vanificando qualsiasi sforzo e anzi rafforzando la destra. Adesso comunque passiamo alla seconda sezione, quella sull’antisemitismo.

Gli Ebrei

L’antisemitismo è, storicamente, una delle forme di razzismo più diffuse.

Sebbene non abbia una base di colore della pelle, né una base culturale particolare (a parte qualche ebreo ortodosso che porta avanti le tradizioni delle sue terre), esso è stato particolarmente vigoroso nel 1200, nel 1600 e successivamente in modo più intenso nel 1800 e nel 1900. Il motivo per cui ho deciso di separare questa forma di discriminazione da quella di negri e terroni (da intendersi come modelli), è una distinzione fondamentale che va a delinearsi a causa dello status socioeconomico mediamente superiore degli ebrei rispetto a quello degli immigrati economici: l’antisemitismo è un “razzismo verso l’alto”, e non “verso il basso” come nel caso di immigrati poveri.

Questo è probabilmente il motivo per cui l’odio verso gli ebrei è stato molto diffuso a partire dalla nascita delle grandi banche in avanti, avendo un momento di culmine nel 1900, e continuando a vivere tutt’oggi come punto fondante di diverse ideologie di destra o quasi.

Usura e lotta di classe

Gli ebrei sono classicamente stereotipati come persone estremamente avide, avare e interessate al denaro: questa idea non è altro che la vestigia di quando, dal 1200 in poi, il ruolo che frequentemente occupavano era quello di bachieri e usurai. Storicamente, gli ebrei componevano la classe di persone che dissanguavano i poveri cittadini che avevano bisogno di un prestito e gli imprenditori che volevano fare un investimento più grande di quanto si potessero permettere. È semplice sommare un ruolo sociale “sgradevole” al popolo ad una avversione religiosa, durante il Medioevo fortemente presente, per ottenere un certo grado di antisemitismo, tanto che gli ebrei venivano talvolta usati come capro espiatorio per le guerre, cataclismi climatici e pestilenze.

Il peculiare ruolo socioeconomico che ricoprivano (e si può dire ricoprono ancora tutt’oggi) una notevole, in proporzione alla loro popolazione totale, di cittadini ebrei, non può perciò comprendere la stessa analisi che abbiamo compiuto con gli immigrati che sono più poveri della media, in quanto l’odio verso gli ebrei assume quasi una “connotazione proletaria”, che è fondamentale per capire le ragioni dell’antisemitismo in Germania nel 1900. Il fatto che si associ un insieme di crimini “da ricchi” e sfruttamento ad un gruppo etnico è una forma di razzismo diretto “verso l’alto”, perciò particolarmente adatto (si fa per dire) ad un popolo che non vive molto bene, come nel caso della Germania dopo il 1930.

Considerando infatti la profondissima crisi economica, avviata dal Trattato di Versailles del 1919 e poi fortemente aggravata dal Big Crash del 1929, la Germania era un paese non soltanto impoverito, ma anche umiliato. Trovare un capro espiatorio in tempi di crisi è un meccanismo estremamente efficace che permette di unire il popolo, cosa che fu possibile additando gli ebrei come causa della rovina della Germania.

Oltre alle argomentazioni morali alle quali non voglio dedicare nemmeno una parola per il duplice motivo che sono soggettivo-ideologiche e che non hanno alcuna applicazione che abbia senso comprendere in un’analisi realmente concreta, si pone un problema particolarmente saliente: l’eliminazione di individui di una determinata classe non determina la fine della classe stessa, tanto che la morte del proprietario di una grande impresa non impedisce che arrivi qualcun altro a gestirla. Ciò che è realmente problematico della situazione infatti non è l’individuo, che in questo caso fa parte di un gruppo etnico/culturale (tra l’altro, fin lì), bensì il ruolo sociale che egli ricopre. Se non viene eliminato il ruolo sociale tramite un cambio sistemico, la questione reale dello sfruttamento persisterà, anche se stavolta il bastone che percuote avrà l’amata bandiera nazionale piuttosto che quella di Israele.

L’antisemitismo pertanto non riesce a rispondere realmente alle cause dei problemi delle persone, che pertanto conducono una lotta che non produrrà nessun frutto, proprio perché l’esistenza di certi ruoli è sistemica e indipendente dall’individuo. Non soltanto: la lotta al “capitalista straniero” verrà assiduamente finanziata, supportata e alimentata anche dagli stessi capitalisti “locali” in modo da sbarazzarsi facilmente di concorrenti possibilmente scomodi. Per questo, ma anche per l’aspetto dell’unità nazionale contro lo straniero, contro il cittadino “altro”, viene inoculato un sentimento di collaborazionismo di classe che è l’illusione ideologica limite al quale può puntare la classe capitalista: il proletario non solo non è schierato contro il capitale come invece sarebbe suo interesse fare, bensì è persino favorevole ad incentivare un capitalista piuttosto che l’altro su base nazionale, comprendendo tutte le derivazioni fasciste e corporativiste che si diramano da questo seme.

L’avversità al “ricco ebreo” è una prospettiva estremamente facile, simil-proletaria e collaborazionista di classe, perciò non sorprende la sua adozione dal Nazismo, dal NazionalBolscevismo e dallo Strasserismo, tutte ideologie che vorrebbero spacciarsi per popolari ma che finiscono per rivelarsi tutto il contrario. Specialmente vorrei discutere del NazionalBolscevismo e dello Strasserismo, e della aberrante compenetrazione tra sinistra e destra che ne risulta, ma vorrei dedicargli uno spazio separato.

Conclusioni e considerazioni finali

Per tirare le fila, vediamo cosa abbiamo ottenuto dalle analisi e quali sono i potenziali spunti che ne derivano.

1 – Il razzismo è inutile e deleterio

In quanto diretto a delle etnie di persone o comunque gruppi estranei accomunati dalla stessa classe sociale, il razzismo fondamentalmente non è uno strumento efficace per risolvere le problematiche sfruttate come pretesto per odiare gli “stranieri”. Nel caso delle classi sociali basse, infatti, la discriminazione e la segregazione non farà altro che inasprire il conflitto e i problemi che ne derivano, mentre nel caso delle classi sociali alte eliminare presunte etnie egemoni non eliminerà l’esistenza in sé della classe dominante.

2 – Il razzismo combatte i sintomi e non la causa del problema, il capitalismo

Che si tratti di immigrati economici bassolocati o di sfruttatori dal naso adunco, ciò che si deve combattere non sono gli individui, bensì il meccanismo che li porta a rappresentare un problema.

Le cause delle migrazioni economiche sono insite nella necessità di sfruttamento, conseguenza della necessità di profitto, e nella noncuranza/incapacità sistematica di gestire le conseguenze sull’ambiente del meccanismo, anch’esso alta espressione del capitalismo, del consumismo.

Pertanto, combattere il capitalismo significa anche combattere le cause delle migrazioni di massa (non che esse siano un problema in sé, ma sicuramente hanno un impatto destabilizzante sia su chi emigra sia su chi deve accogliere l’immigrato), per non parlare dell’eliminazione del circolo vizioso che attualmente porta l’immigrato economico ad essere emarginato e ad autoemarginarsi, cosa che ha conseguenze di criminalità, terrorismi e degrado urbano.

3 – Il razzismo tende ad autoalimentarsi

A causa delle differenze culturali e socioeconomiche, gli immigrati dei ceti bassi tenderanno all’estremizzazione (come anche la locosocietà) a causa di un ciclo vizioso che porta chi è diverso ad essere sempre più diverso, che unito alla meccanica del “chi è povero tenderà ad essere sempre più povero”, porta alla radicazione sempre più in profondità del problema e di conseguenza del conflitto sociale che deriva dalla sua esistenza, rafforzando le destre.

4 – Il razzismo è l’anticamera del fascismo

Attorno alle problematiche poste dall’immigrazione si tendono ad accumulare le destre, che non solo non riescono a risolvere realmente i problemi, ma anzi li intensificano dal punto di vista concreto (con una escalation delle tensioni e l’amplificazione mediatica di esse), pertanto nell’ottica della lotta di classe il razzismo non è solo una delle falle del capitalismo, ma anche una delle valvole di sfogo sistemiche che gli permette di sopravvivere attraverso il disprezzo sociale verso chi sta già male perché è diverso culturalmente e ha poco, che gli permette di entrare nella “modalità d’emergenza” che è il fascismo.

Il razzismo diventa perno attorno al quale può svilupparsi un’intero sistema retorico e programmatico fascista con una facilità disarmante, creata proprio dall’intensificazione del problema (e conseguente autoalimentazione del movimento di risposta fascista), che farà diffondere sentimenti identitari dall’una e dall’altra parte. La crescita del nazionalismo è un serio problema a causa del collaborazionismo di classe e alla difficoltà delle classi operaie di tutti i paesi di coordinarsi e di compiere lotte in comune, in quanto divise da mire nazionalistiche.

Dall’altra parte, anche il “razzismo verso l’alto” porta al fascismo, assumendo però delle dinamiche differenti da quello “verso il basso”.

5 – Il razzismo ha implicazioni negative per la lotta di classe (se mal gestito)

Considerato che viviamo in una sistema socioeconomico capitalistico, bisogna saper gestire in un certo modo il fenomeno delle migrazioni, in quanto non ci è ancora possibile prevenirlo.

In quanto il razzismo è un catalizzatore mostruoso per il fascismo, la sinistra deve essere sufficientemente accorta non solo da voler studiare approfonditamente questo fenomeno, le sue cause e le sue conseguenze, ma anche le strategie da attualizzare per poter uscire vincitori dalla situazione difficile attraverso una collaborazione con gli extracomunitari in difficoltà, o con altre persone prese di mira perché dell’etnia. Tale scelta deve essere molto oculata, anche in vista delle diverse implicazioni che ha l’intervenire in una determinata fase piuttosto che in un’altra, in rapporto al programma che si vuole realizzare e ai metodi designati.

Considerazioni finali

L’analisi del razzismo è uno dei tantissimi strumenti e ambiti che devono essere applicati, non soltanto fini a sé stessi, ma perché possono essere uno strumento attraverso il quale il movimento della sinistra (rivoluzionaria o meno) può crescere e maturare non solo nella sua comprensione del capitalismo, ma anche nella sua possibilità di incanalarne le meccaniche tirando l’acqua al proprio mulino.

Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno letto questo articolone, e preannuncio che il prossimo sarà con ogni probabilità sul fascismo. Non so nulla ancora riguardo le tempistiche, in quanto le vacanze di Natale vorrei dedicarle allo studio del Grundrisse di altri libri e materiali interessanti, ma sicuramente vorrò toccare alcuni punti salienti come la concomitanza del fascismo con i periodi di crisi del capitalismo, le implicazioni della collaborazione di classe e del nazionalismo, della fomentazione di paura e degli altri suoi strumenti. La mia intenzione sarebbe anche di pubblicare ogni tanto qualche articolino leggero, magari riflettendo su questioni più piccole e semplici.

In ogni caso, ci becchiamo alla prossima!