Come anticipato nell’articolo precedente, la serie di articoli che comincerà con questo sarà riguardo le caratteristiche intrinseche del capitalismo che ne porteranno al collasso.

Questa introduzione avrà uno stile molto diverso da quello che ho usato finora, perché a differenza di una narrazione qui vorrei instaurare un dialogo, più o meno “concreto” con il lettore, che si troverà a toccare alcuni punti nei quali il Marxismo occidentale deve ancora fare moltissimi passi avanti, ponendoci non più in un’ottica di insegnamento bensì di discussione, quasi di problem solving.

I punti che vorrei chiarire in questo articolo riguardano innanzitutto perché è necessario creare una teoria della crisi e del crollo, che rispettivamente trattano le meccaniche con le quali il capitalismo entra in difficoltà e poi crolla come sistema. Le motivazioni sono tantissime, ma sarò più approfondito più sotto.

La teoria della crisi “sistemica”, però, non può prescindere da una vera e propria teoria della lotta di classe per essere utile a distruggere il capitalismo, per il semplice fatto che “le rivoluzioni non si fanno da sole”, ovvero non sono “automatiche”. Devono esserci persone disposte a fare un cambio di paradigma, non è sufficiente che il capitalismo entri in crisi perché venga effettivamente sovvertito.

In ogni caso i problemi da affrontare sono davvero tantissimi, e sfrutto questo articolo per versarci mie impressioni, opinioni e questioni che circondano l’argomento.

Perché serve elaborare una teoria della crisi ?

Domanda molto semplice con una risposta molto complicata.

Partirei dal fatto che è molto importante capire le dinamiche del capitalismo sia per capire se vale la pena pensare ad un’alternativa, sia per conoscere eventuali debolezze da poter sfruttare per rendere più agevole il suo abbattimento. Questo infatti ci permette di capire perché, a parte le problematiche riguardanti determinati settori della popolazione che ho evidenziato nell’articolo precedente, il sistema stesso tende ad autocontraddirsi anche nel suo funzionamento “corretto”, dandoci l’opportunità di discernere le limitazioni intrinseche del sistema economico/sociale che al giorno d’oggi abbiamo e costituiamo.

Le questioni riguardo una teoria della crisi sono moltissime, e possono riguardare anche moltissimi ambiti contemporaneamente e trasversalmente: infatti è forse escluso che il capitalismo, a parte le già consolidate crisi economiche, porti a delle crisi sociali, psicologiche e ideologiche ? Naturalmente una blandissima risposta “No” sarebbe riduttiva (sebbene corretta), considerando comunque che tali situazioni non si verrebbero a creare dal nulla bensì avrebbero un rapporto di causa/effetto con gli altri ambiti, evidenziando la malattia prima che produca sintomi evidenti. Quello che ci serve conoscere non è appunto la sola faccia economica della crisi, ma anche quella delle relazioni sociali frantumate, la solitudine e il disagio dell’individuo, la perdita dei valori e lo smarrimento, l’impotenza di fronte ad una società grigia, meccanica e indifferente, dove l’individuo infelice si getta in comportamenti irrazionali che avremo modo di analizzare approfonditamente durante la serie.

Il punto che ci viene posto è che il capitalismo “non lo fa apposta”, le crisi sono causate da caratteristiche sistemiche che, andando a colpire il corpo, l’anima e la mente delle persone producono l’autodistruzione del sistema stesso. Uno degli obiettivi di un’analisi approfondita del capitalismo, di conseguenza, deve essere sulla dimensione nella quale al giorno d’oggi l’uomo è vittima delle sue stesse azioni, incanalate e amplificate dal Mercato, dallo Stato e dall’Ideologia borghese.

Studiare il modo in cui il capitalismo tende ad indurre sé stesso in uno stato di crisi “falciando” la sua base, però, non può portarci da solo ad una soluzione. Quello che serve infatti è un’azione attiva, non solo teorica di studio bensì anche pratica di organizzazione, una prassi nella quale teoria e pratica si fondono, diventano una dimensione unica di comprensione e di cambiamento, ciascuna delle quali plasma l’altra e si plasma sull’altra. L’azione permette uno sviluppo della conoscenza, e la conoscenza permette una concretizzazione in azione. E questo non può essere incarnato nella sua forma massima che in una lotta di classe.

A cosa serve la lotta di classe ?

La lotta di classe ha la funzione di concretizzare la tensione al cambiamento che il capitalismo stesso va a creare in seno alla società.

Naturalmente sto parlando della lotta di classe da parte del proletariato, della classe oppressa, che è quella che di un cambiamento ha più bisogno. L’organizzazione del proletariato svolge un ruolo fondamentale nel sovvertimento del capitalismo, creando anche delle peculiari strutture che lo trascendono: anche il solo fatto di un’organizzazione cooperativa, a differenza di una competitiva come incentivato dal sistema capitalistico, determina un nettissimo stacco col passato e prepara i germi della società comunista.

La questione è semplice: finché si usano i mezzi del sistema, è impossibile superarlo, è impossibile uscirne. La lotta di classe non è compiuta attraverso il Mercato, attraverso lo Stato, perché entrambe queste cose sono sistemiche, al di là della singola interazione, ovvero non possono collassare dall’interno. La lotta di classe è la diffusione di coscienza di classe, ovvero del “risveglio” dei lavoratori dal sonno ideologico borghese (che, ad esempio, dice che “puoi essere qualsiasi cosa, basta che lo vuoi”; l’intera economia dice il contrario), per mettere a nudo invece la realtà sfruttatrice del lavoro salariato capitalistico e del processo di alienazione che prima attanagliava inspiegabilmente il lavoratore, poi è diventata una meccanica di cui lui è cosciente.

È complicato però riuscire a definire cosa debba costituire una “teoria della lotta di classe”, in quanto la questione non può prescindere dalle radici storiche, economiche, sociali ed ambientali nelle quali deve svilupparsi un determinato conflitto e organizzazione del proletariato. Un elemento molto importante però che può andare ad incastrarsi con tale prassi è sicuramente la teoria della crisi, che può permettere di analizzare il momento nel quale la lotta di classe può essere effettivamente condotta apertamente.

Attraverso un’analisi della storia possiamo notare come le rivoluzioni infatti si sono verificate praticamente quasi sempre in periodi di crisi, che non necessariamente erano (esclusivamente) economiche: è evidente però come quelle in concomitanza con carestie, povertà e degrado fossero le più violente, in quanto le persone non solo avevano interesse a combattere, ma proprio perché erano indotte a farlo a causa delle condizioni materiali in cui versavano. Nel capitalismo abbiamo potuto osservare diverse grandi crisi, nelle quali spiccano quella del 1929 e quella del 2008, dopo delle quali ci sono stati profondissimi squilibri politici, ideologici e sociali, soffrendo ancora oggi delle loro conseguenze non solo in Italia ma anche nel mondo. Un fattore molto interessante che possiamo però constatare è che non ci sono stati grandissimi movimenti di lavoratori dopo di essi, o che sicuramente non hanno potuto avere uno sfogo rivoluzionario.

Durante il ciclo Boom – Stagnazione – Crisi – Ripresa (che chiamerò BSCR d’ora in poi), i lavoratori possono avere più o meno potere contrattuale, il che permette loro di avere più o meno possibilità di farsi valere “legalmente” o meno. Nel caso della crisi, i lavoratori sono coloro che vengono colpiti più duramente, e infatti spesso perdono grandissima parte dei diritti sul lavoro acquisiti durante i periodi di boom, al contrario estremamente floridi per quanto riguarda le conquiste del lavoro. Il legame tra teoria della crisi e lotta di classe comincia proprio qui: la crisi è il momento nel quale fare la Rivoluzione ? Che cosa determina una strategia corretta di studio e poi di applicazione di una determinata prassi rivoluzionaria, e come oltrepassare i meccanismi che l’organismo capitalistico ha preposto a sua autodifesa ?

Guardare al futuro

Possiamo imparare veramente tantissimo dal passato, con mille e uno spunti, episodi, vittorie e fallimenti su cui poter spendere del tempo analizzando, ipotizzando e verificando determinate teorie, ma quello che ci separa da quelle “antiche rivoluzioni” è un capitalismo radicalmente diverso nella forma, anche se nelle fondamenta esso è rimasto (in parte) uguale a come era nel 1850, quando Marx cominciò ad occuparsi della sua natura.

Tagliare e incollare dei quesiti e delle soluzioni del 1850 o anche del 1950 è votarsi al fallimento, significa non sapersi adattare ad un capitalismo dove non è più possibile imbracciare i forconi e dare fuoco alla casa del padrone, quando l’esercito può sfoggiare l’uso di granate stordenti, gas lacrimogeni e sensori termici, per non parlare della tecnologia bellica più avanzata che, si spera, non venga usata contro la popolazione, per quanto sia infuriata.

E non è solo la questione dei mezzi che il capitalismo ha di difendere la propria esistenza dal lato pratico, bensì ci si deve porre il problema anche dei mezzi ideologici, sociali e psicologici che l’età contemporanea ha saldamente impresso nel profondo di ciascuno di noi, portando a giustificazionismo, becera ignoranza e populismo, egocentrismo, vuotezza e avidità di potere sociale, economico e politico. Baudrillard, Deleuze/Guattarì, Negri, Foucault e altri autori non sono il punto d’arrivo, sono il punto di partenza per poter dare un’occhio ad una realtà che ha cambiato faccia, ma dobbiamo guardare ancora più in là e non pensare solo al presente, ma anche al futuro: ad organizzare le masse; a risvegliare l’orgoglio dell’essere calpestato; a far esplodere violentemente il bisogno di amare che è stato sostituito dal il bisogno di avere.

Grazie dell’attenzione, e ci vediamo alla prossima.